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Scenari

Urge for growing

11 maggio 2012




"Urge for going" (fretta di andare) era il titolo di una delle prime (e più famose) canzoni di Joni Mitchell nel 1965. "Urge for growing" (bisogno di crescere subito) è il titolo di un articolo del Washington Post sui risultati del seminario tenuto ad aprile dal Fondo Monetario Internazionale sulla situazione europea. Del problema della crescita, comunque, ormai stanno parlando tutti.

«È la crescita economica l'idea che domina l'Unione europea, l'impegno costante che domina le nostre menti, i nostri pensieri». Lo ha detto a Firenze il 9 maggio Olli Rehn, vicepresidente della Commissione europea e commissario degli Affari economici e monetari durante la conferenza 'The State of the Union', così come intercettato dall'ADN Kronos. Praticamente una conferma di quello che in Italia sentiamo ripetere alla nausea da diverse settimane tanto dal governo quanto dai suoi detrattori e contestatori. La via d'uscita dalla crisi non può essere solo nel rigore, ci vuole anche una ripresa degli investimenti e dei consumi, se no hai voglia a sforbiciare. Finché il Pil continua a contrarsi continueremo a perdere posti di lavoro, ad avere un welfare insostenibile malgrado le riforme "lacrime e sangue", a stare sempre peggio.

«Dovete fare come noi, crescere. Altrimenti mettere a rischio l'economia mondiale» gli ha fatto eco il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nelle stesse ore, preoccupato per le turbolenze finanziarie che continuano a colpire la debolissima Europa.

Tutti d'accordo, dunque? Mica tanto. La mattina dopo la cancelliera Angela Merkel, come riportato dall'AGI, ha tuonato durante un discorso al Parlamento tedesco: «Una crescita economica innescata dall'aumento del debito pubblico è un rischio che non si può correre. Perché ci rispedirebbe dritti all'inizio della crisi e per questo non la vogliamo». «I due pilastri della strategia anticrisi sono riduzione del debito (prima) e crescita (dopo)», ha aggiunto Merkel. «La crisi del debito sovrano», ha concluso, «non sarà sconfitta in un giorno: non ci sono bacchette magiche. Eurobond e leverage vengono presentati come strumenti miracolosi, ma è noto che non sono soluzioni sostenibili».

In altre parole la Merkel, malgrado gli scossoni elettorali alla sua maggioranza venuti dallle elezioni nel Lander dello Schleswig-Holstein, non demorde dalla sua impostazione: i debiti dei diversi paesi europei restano dei diversi paesi europei. No a un debito (e a un governo della moneta) unico, no a un allentamento del rigore per chi ha alti debiti.

Peccato che in molti avanzino dubbi sull'effettivo legame fra debito pregresso degli stati e crescita come ha scritto Ugo Panizza, funzionario dell UNCTAD (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per la cooperazione e lo sviluppo) che guidqa un gruppo di studio proprio su debito e crescita sul sito lavoce.info. In altre parole dire che il debito impedisce o ostacola la crescita non sarebbe né dimostrato né dimostrabile.

Allora resta possibile rimettere in moto la crescita? E perché all'improvviso in Europa si discute solo di crescita dopo che per molti anni l'argomento non è stato praticamente neppure preso in considerazione? Colpa del weekend elettorale del 5/6 maggio che ha visto le presidenziali in Francia, le politiche in Grecia e le amministrative in Italia completamente dominate dalla crisi e dai suoi effetti sul continente?L' Impresa on line non ha la pretesa di darvi delle risposte. Ma qualche elemento di riflessione in più, sì.

·Differenziale economico. Secondo l'ultimo bollettino statistico del Fondo Monetario Internazionale nel 2012 i consumi cresceranno nel mondo dell'1,5%, gli investimenti del 2,1%. Nell'area euro i consumi scenderanno dello 0,6%, gli investimenti dello 0,5%. In Italia consumi -2,1%, Investimenti -4,1%. Esistono stime anche un po' meno pessimistiche, ma sostanzialmente il trend non cambia.

·Differenziale di crescita. Sempre secondo il Fmi nel 2012 il Pil mondiale crescerà del 3,5%, l'inflazione globale del 4%, ma con forti "asimmetrie". L'Asia rampante (Cina, India ma anche Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, Indonesia) vedrà un Pil in crescita del 7,3% con un'inflazione media del 5% (differenziale positivo del 2,3%). Gli Stati Uniti vedranno un sostanziale bilancio fra crescita del Pil e dell'inflazione al 2,1%. L'area dell'euro vedrà una contrazione del Pil dello 0,3% con un'inflazione media del 2% (differenziale negativo dell'1,7%). L'Italia vedrà una contrazione del Pil dell'1,9% e una crescita dell'inflazione del 2,5% (differenziale negativo del 4,4%). E' evidente che stiamo importando inflazione.

Molti, soprattutto nei partiti bastonati alle amministrative così come nei sindacati, stanno manifestando una forte perplessità nell'efficacia dell'azione di governo che non "riesce a rilanciare la crescita". Ricordiamo che l'Italia nel 2010 era agli ultimi posti fra i paesi Ocse per crescita economica, e che lo è stabilmente dai primi anni Novanta. Dunque, in effetti, dire che la responsabilità della mancata crescita è nell'immediato di questo governo, oltre che ingeneroso è un po' difficile da sostenere.

C'è da sperare che l'Europa trovi alla svelta una strada per il ritorno alla cerscita. Anche perché stavolta la crisi non sembra affatto disposta a risolversi da sola, mentre aumentano le voci catastrofistiche che prevedono nuovi abissi recessivi per l'economia mondiale nei prossimi anni per le ragioni più varie, da quelle demografiche (il mondo invecchia, non è più in grado di sostenere il welfare così come lo abbiamo concepito fino ad oggi) a quelle ambientali (petrolio e gas naturale hanno già superato il picco di produzione massima possibile, non sono più in grado di supportare la crescita mondiale così come sta marciando, figuriamoci una ripresa dell'occidente). Fra queste anche l'agenzia di rating Standard & Poors che, dopo essere stata additata come una delle responsabili della crisi finanziaria del 2008/2009, oggi predice che nei prossimi cinque anni le esigenze di rifinanziamento dei debiti pubblici (non solo in Europa ma anche in Nord America e Giappone) rischiano di innescare una nuova crisi mondiale al cui paragone quella fin qui vissuta sarebbe solo una barzelletta (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-10/spoors-anni-tempesta-perfetta-120937.shtml?uuid=AbRuUWaF).

Ipotesi verosimile? Di sicuro c'è che dopo il 1929 (la crisi economica più spesso comparata con quella attuale) il mondo per rimettersi in moto ha avuto bisogno non solo del New Deal di Roosvelt ma anche della Seconda Guerra Mondiale: una cura shock senza precedenti. E che per adesso, se per fortuna non sembra alle porte una nuova guerra mondiale, non si vedere traccia neppure di un New Deal, comunque il primo passo per tornare a crescere.

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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