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Delle Chiaie: "Potrei dire molto di più”

15 giugno 2012




"Avrei potuto raccontare molto di più, è vero, ma mi sono limitato a chiarire la posizione di Avanguardia Nazionale rispetto allo stragismo e alle connessioni con gli apparati dello Stato. Ho respinto la tentazione di riferire episodi appresi da terzi e non ho voluto scadere rispondendo al pettegolezzo" Risponde così Stefano Delle Chiaie quando gli obiettiamo che leggendo il suo libro autobiografico appena pubblicato (L'Aquila e il Condor, Stefano Delle Chiaie con Massimiliano Griner e Umberto Berlenghini, Sperling & Kupfer, 18,50 euro), si chiude l'ultima pagina con la sensazione che non tutto sia stato detto. Nonostante i tanti episodi raccontati con precisione e persino amore del dettaglio, a partire dagli anni dell'infanzia e degli esordi in politica e via via attraversando i fatti d'Italia: il generale De Lorenzo e il (forse) progettato golpe, l'invito pressante ricevuto dall'ex repubblichino Peppe Coltellacci affinché Aldo Moro venisse rapito con ben quattordici anni d'anticipo rispetto al rapimento effettivamente operato dalle Brigate Rosse, la strage di piazza Fontana a Milano e quella alla stazione di Bologna, il golpe Borghese del 1970. Sino ai diciassette anni di latitanza, nella Spagna franchista, poi in Cile, Portogallo, Bolivia, Angola. Dopo essere stato assolto o prosciolto da tutte le imputazioni, Delle Chiaie si prende la libertà di rilanciare: "Che cosa si voleva che dicessi – domanda – per soddisfare chi, prevenuto, si aspettava risposte a conferma della propria prevenzione?".

Signor Delle Chiaie, perche' ha voluto scrivere il libro?

Questo libro lo dovevo ai militanti di Avanguardia Nazionale che per anni sono stati bersagliati da accuse infami da parte di pseudo ricostruttori storici e di giornalisti avvelenati dall'odio ideologico. Ognuno di loro, senza conoscere i fatti, ha ripetuto menzogne già scritte aggiungendo, per meglio colorire i loro pezzi, un po' della loro fantasia. Potevo scriverlo prima? Certamente, ma questo mi è sembrato il momento più favorevole per storicizzare un periodo che, se raccontato prima, avrebbe potuto assumere il sapore di una difesa dalle accuse giudiziarie che ci venivano rivolte. Oggi, dopo le mie assoluzioni e la circostanza che alcuni dei fatti imputati al mio movimento (Avanguardia Nazionale, ndr) appaiono in parte disvelati, credo che il mio racconto possa essere accolto con maggiore obiettività. .Non una difesa, quindi, del mio operato, ma un ripercorrere con trasparenza e coerenza la mia militanza e quella di tanti che con me inseguirono il sogno di una alternativa.

All'inizio del libro lei parla di "canea democratica". Cosa vuole intendere?

Per canea democratica intendo quell'accozzaglia partitocratica che, in nome di uno strumentale antifascismo, ha falsificato la storia e ha fatto carte false – letteralmente - per accusare Avanguardia Nazionale di delitti infamanti . Mi riferisco a quello schieramento di partiti tornati dall'ottocento al seguito dei carri anglo-americani. Non ho mai nutrito particolare avversità per quanti furono sempre antifascisti. Per costume, rispetto la coerenza ovunque questa si manifesti. Ma non riesco, ancora oggi, a tollerare chi cambia casacca nel momento del pericolo oppure per convenienza. Non di rado molti dei personaggi di quei partiti erano stati fedeli servitori del regime fascista. E la canea democratica fu composta in maggioranza proprio da questi ultimi.

Nel libro lei racconta tantissimi episodi, eppure la sensazione è che avrebbe potuto raccontare molto di più. E' una sensazione corretta? Se lo è, perché non dice tutto quello che potrebbe?

La sensazione e' corretta. Avrei potuto raccontare molto di più, ma non e' semplice riassumere in un libro diciassette anni di latitanza densi di vicende vissute. Mi sono limitato a chiarire la posizione di Avanguardia nazionale rispetto allo stragismo e alle connessioni con gli apparati dello Stato. E a raccontare quegli episodi che hanno avuto un significato importante nella mia lotta ed in quella dei militanti di Avanguardia nazionale. Ho respinto la tentazione di riferire episodi appresi da terzi o che fanno parte di storie che non riguardano altri se non chi li ha vissuti. Così come, per non pormi al livello dei detrattori in mala fede, non ho voluto scadere nel rispondere al pettegolezzo, cosa che non mi sarebbe stato difficile fare. Una riflessione, però si impone: che cosa si voleva che dicessi per soddisfare chi, prevenuto, si aspettava risposte che confermassero la sua prevenzione?

Come si e' sostenuto economicamente nella sua vita e come si sostiene oggi?

Chi mi conosce sa che ho sempre vissuto con lo stretto necessario per provvedere ai miei bisogni primari. Non ho mai perseguito il benessere economico. Nella latitanza ho avuto l'aiuto dei miei camerati, non soltanto italiani. Con il loro sostegno ho dato vita ad attività che hanno permesso di sopravvivere non soltanto al sottoscritto. Nel 1987, quando sono rientrato in Italia, il mio capitale era 1790 Bolivares, la moneta venezuelana. Uscito dal carcere, sempre i miei camerati mi hanno fornito i mezzi per avviare nuove iniziative economiche, che però hanno dati risultati scarsi, a causa della mia incapacità mercantilistica. Una cosa è certa: a tutt'oggi non posseggo beni né al sole né all'ombra. Posso dire di essere orgogliosamente un nullatenente.

(Giovanna Guercilena)

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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