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Movimenti nazionalistici europei in raduno a Milano

7 luglio 2012




Milano - Non li ho contati tutti, ma attorno all'hotel Michelangelo di Milano, vicinissimo alla stazione Centrale, stamattina c'erano sicuramente più di cinquanta-sessanta fra carabinieri e poliziotti in divisa, arrivati lì con almeno nove-dieci camionette. Tanto dispiegamento di forze per il meeting di due giorni organizzato dall'Aemn, l'Associazione europea dei movimenti nazionali. O forse sarebbe meglio dire "nazionalisti", visto che i movimenti che la compongono - dalla Fiamma tricolore in Italia al Movimento per un'Ungheria migliore (Jobbik), dal Front national francese al British national party al Partido nacional renovador del Portogallo - tutti hanno in comune una visione appunto nazionalista della politica e della vita: conservatori su valori e tradizioni, sospettosi quando non dichiaratamente contrari rispetto alle politiche di immigrazione e integrazione, perlopiù protezionistici in economia e aspiranti autarchici in faccende energetiche, alimentari, monetarie e via dicendo. Una realtà culturale che, piaccia o meno, sta prendendo forza nei paesi europei, complici la crisi sociale e la crisi economica che, come sempre nella storia, facilitano la diffusione di queste idee.

Ecco, proporrei di concentrarci sulla parola "idee". Perché nei giorni precedenti, da più parti a Milano si sono alzate voci che chiedevano che il meeting non si svolgesse, venisse proibito. Per motivi di opportunità, di sicurezza, di difesa della democrazia. Appelli simili sono venuti da Camera del lavoro, Arci e comitati vari, dall'Anpi, persino dalla Comunità ebraica di Milano, che addirittura alle associazioni clienti abituali dell'albergo ospitante ha proposto di attuare iniziative di boicottaggio, non organizzandovi più i propri convegni. Tutti a chiedere che il raduno venisse fermato, che cioè non venisse consentito a delle idee di esprimersi perché ritenute pericolose, per usare le parole della Rete antifascista, per "la convivenza civile e democratica". Ma possono mai delle idee, per quanto odiose, essere messe al bando? Può chicchessia, in un paese libero e democratico, arrogarsi il diritto di censurare e di vietare la libera manifestazione di un pensiero? La mia risposta è no: mai e poi mai, pena il macchiarsi di quelle stesse colpe che si vorrebbe sanzionare nell'altro. Non c'è pensiero o idea che possa essere tanto pericolosa quanto la decisione di proibirne l'espressione. Il fascismo degli antifascisti, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini.

E allora io al raduno delle destre dure e pure ci sono andata. Armata di pacifica curiosità. Ed ecco alcuni fra i concetti che ho potuto raccogliere. Luca Romagnoli (nella foto), segretario della Fiamma tricolore e vicepresidente di Aemn: "Liberismo e globalismo colpiscono le economie nazionali e minano la base produttiva della nostra industria, il liberismo sfrenato ha prodotto la crisi", "la globalizzazione ci minaccia anche a tavola", "fermiamo la bestia del turbo-liberismo europeo", "il fondo salva-stati è una grande truffa ai danni dei popoli, si arricchiscono solo le banche", "vogliamo una banca nazionale pubblica", "usciamo dall'euro". Vi sembrano posizioni esagerate? Ascoltate allora le parole di Béla Kovàcs, eurodeputato e responsabile del partito ungherese Jobbik: "Siamo contro liberismo, multi-culturalismo, globalizzazione, post-comunismo, cosmopolitismo internazionale". E naturalmente contro gli zingari, i musulmani e tutte le politiche anti-famiglia. Ancora? Nick Griffin del British national party: "Disapproviamo quello che è stato fatto (gli interventi militari internazionali, ndr) in Libia e Afghanistan e quello che ci si sta preparando a fare in Siria". O Marco Santi, del partito belga Démocratie Nationale: "Gli eurocrati sono dei criminali", "non siamo omofobi, ma gli omosessuali non devono poter adottare i bambini", "vogliamo seguire le nostre tradizioni, basta con la Coca-Cola che dà il cancro a tutti e gli hamburger (di Mcdonald's, ndr) che ci fanno ingrassare".

Direi che può bastare. E bene ha fatto il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ai tanti che lo tiravano per la giacca chiedendogli di intervenire a stoppare la manifestazione ha risposto che sì, non era contento del convegno che si preannunciava, che è vero che in Europa c'è un problema con chi pensa che la crisi possa superarsi aumentando le discriminazioni razziali, sessuali e religiose, ma che "dalla crisi si esce rafforzando i diritti". Anche quello alla libera manifestazione del proprio pensiero. E non ha fatto nulla, il sindaco, per impedire il raduno. Senza peraltro accettare l'invito a presenziare al dibattito o, in subordine, ad accettare una cena che gli organizzatori gli avevano rivolto. "Dalla sua segreteria - ha lamentato Massimiliano Panero, che ha curato in prima persona l'organizzazione della due giorni milanese - ci hanno risposto che il sindaco ha impegni più importanti". 

(Giovanna Guercilena)

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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