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Economia

Private Equity, nel 2012 è ripartita la raccolta fondi

18 marzo 2013




«Malgrado le difficoltà di questo paese l'impegno dei fondi italiani e internazionali di Private Equity è rimasto costante», ha dichiarato Innocenzio Cipolletta in qualità di Presidente dell'AIFI (l'associazione italiana di operatori di Private Equity e Venture Capital) in occasione del convegno annuale, «continuando a sostenere la sfida di aiutare le piccole e medie imprese italiane a diventare grandi».

In realtà il 2012, per i 190 fondi di PE presenti (o comunque operanti) in Italia è stato un anno controverso. È sensibilmente aumentata la raccolta di capitali dei fondi (1.355 milioni di euro +29%) ma sono calate le risorse investite (3.230 milioni, -9,8%) e soprattutto il patrimonio disinvestito dai fondi (1.569 milioni, -50,7%). In altre parole le aziende italiane in portafoglio ai fondi chiusi sembrano essere sempre meno appetibili per gli investitori industriali una volta "messa a posto" la parte finanziaria.

Ciononostante il quadro dipinto da Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI, rimane piuttosto importante: 163 operatori del settore (di cui 114 italiani: 82 hanno effettuato almeno un investimento nel 2012), investimenti per un controvalore di circa 20 miliardi (12 di operatori italiani, 8 di operatori stranieri) in 1.134 società con un fatturato complessivo di 100 miliardi (quasi il 6% del Pil) e oltre 400 mila dipendenti, in crescita (al contrario dell'occupazione in generale). Nel 2012 investimenti per 3,2 miliardi di cui 135 milioni in early stage (finanziamento di start up e sviluppo di idee imprenditoriali +65%), 926 milioni in expansion (operazioni di sviluppo di società in portafoglio +37%) e, come sempre, la parte del leone legata ai buy out (cambi di proprietà aziendale, 2,07 miliardi -8,5%) anche se questo è stato l'unico dei tipi di operazione principali a risultare in contrazione. Aumenta invece il numero di operazioni passato dalle 326 del 2011 alle 349 del 2012. Il numero di operazioni di early stage ha superato quelle di expansion, entrambi i comparti hanno registrato molti più "affari" del settore dei buy out che però domina ancora il mercato in valore.

Il dramma dei disinvestimenti che "allunga" i tempi delle partecipazioni nelle aziende in portafoglio ai fondi (mediamente oramai raggiungono i cinque anni) è tuttavia "un trend comune a quanto si registra nel resto d'Europa", secondo Francesco Giordano, partner di PWC Transaction Services, che ha notato come il calo dei disinvestimenti in Italia fra 2011 e 2012 (-50,7%) sia molto simile a quello registrato su altri mercati. In Germania è stato del 50,5%.

Il problema più impellente, secondo Anna Gervasoni, è quello di riuscire ad attirare investitori soprattutto internazionali «disponibili a impiegare capitali nel nostro paese».

Un'intenzione che non è facile da realizzare, secondo quanto detto da Ian Steele, capo della practice di Global M&A di Deloitte Financial Advisory, che presentando un quadro del mercato europeo delle fusioni e acquisizioni ha spiegato come «in un momento di crisi come questo non mancano i capitali da investire. Mancano soprattutto la capacità e il coraggio di investire in casa propria, dove sembra che tutto vada male. Così gli investitori europei guardano soprattutto ai mercati dei Brics, affascinati dai loro tassi di crescita ma dimenticando i loro tassi di volatilità e di inflazione, mentre a guardare l'Europa ci sono soprattutto gli investitori di Cina e Russia. Investitori che, insieme al Brasile, stanno anche orientandosi massicciamente verso l'Africa, che sta registrando tassi di espansione molto interessanti, per adesso non ancora percepiti come tali dagli investitori europei e nordamericani».

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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