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Lavoro, dieci anni di riforme imperfette

19 novembre 2013




Avvocato, proviamo a tracciare un bilancio di massima?

La legge Biagi può certamente essere considerata un punto di svolta nell'ordinamento Avvocato Luca Failla, Studio LabLawgiuslavoristico italiano, avendo introdotto un numero, che a detta di alcuni fu eccessivo, di contratti che avrebbero dovuto invece garantire un accesso più semplice nel mercato del lavoro. Non solo: fra gli intenti dichiarati della Legge vi era quello di eliminare, o comunque ridurre notevolmente, l'utilizzo di alcune forme contrattuali, ad esempio i co.co.co che avrebbero dovuto lasciare il passo ai co.co.pro., più tutelanti. Si voleva inoltre meglio regolamentare alcuni istituti contrattuali di fatto solo abbozzati nel precedente ordinamento, si pensi al lavoro temporaneo versus il contratto di somministrazione di lavoro.

Intenzioni lodevoli, no?

Se le intenzioni erano certamente meritevoli, tuttavia l'applicazione non è stata conforme alle aspettative. Infatti, non tanto il numero di contratti introdotti, quanto l'uso distorto degli stessi – uso peraltro ben lontano dalle originarie idee di Biagi - hanno compromesso la reputazione di tale legge, che da più parti è considerata foriera di precarietà. Oggi l'equazione che si fa è cattiva flessibilità uguale precarietà. In realtà, come detto, la precarietà è spesso determinata dall'abuso di talune fattispecie introdotte dalla Legge Biagi, contratti che nelle intenzioni del legislatore avrebbero invece dovuto garantire una maggiore protezione ai lavoratori. Un'ultima osservazione è che nella legge, grande spazio fu dato alle parti sociali, chiamate su più istituti a integrare il dettato legislativo, ma ancora una volta tale opportunità non fu poi adeguatamente colta dalla contrattazione collettiva.

La parola chiave della legge Biagi è proprio flessibilità, quella in entrata. Ma ha senso non intervenire anche, contestualmente, su quella in uscita?

L'idea di Biagi era certamente innovativa: se il mercato del lavoro fosse riuscito a recepire integralmente la portata di tale riforma e non avesse utilizzato in maniera distorta i contratti, molto probabilmente non ci sarebbe stato alcun bisogno di intervenire sulla flessibilità in uscita, a parte un'adeguata normativa sugli ammortizzatori sociali, che avrebbero dovuto essere modificati e migliorati specie per affrontare periodi di recessione e crisi come quello attuale. Se l'applicazione degli istituti normativi introdotti dalla Biagi fosse stata conforme al dettato normativo e se magari la contrattazione sindacale fosse intervenuta a migliorarla, pochi sarebbero stati i casi in cui sarebbe stata giudizialmente invocata la normativa sui licenziamenti. Ma così non è stato: anzi la ripetuta e continua richiesta di applicazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori anche in caso di contratti atipici, ha comportato la necessità che il Legislatore nel 2010 intervenisse con il cosiddetto Collegato Lavoro, dettando regole chiare sui termini di impugnazione dei contratti e sull'eventuale indennità risarcitoria da corrispondere in caso di conversione degli stessi.

Poi venne la Riforma Fornero, che appunto intervenne sulla flessibilità in uscita, cercando al tempo stesso di restringere il campo di utilizzo dei contratti flessibili. I risultati della riforma, però, non sono stati soddisfacenti, vero?

Sì, gli esiti si sono verificati inadeguati. L'opinione è generalizzata, sia che la normativa venga commentata dal lato dei lavoratori che dal lato dei datori di lavoro. Ancora una volta le intenzioni del Legislatore, se pur apprezzabili sul piano della volontà, si sono trasfuse male nel testo normativo e a fronte di una supposta maggiore flessibilità in uscita, che tuttavia non si è nemmeno verificata nella pratica, si sono notevolmente ristretti i margini della flessibilità in entrata. La tesi da cui prende l'avvio la Riforma – tesi tutta da verificare sul campo - è che, in cambio di una maggiore agilità nel ridurre la forza lavoro, le aziende siano più propense, o meno preoccupate, ad assumere, soprattutto i giovani, a tempo indeterminato anziché far uso dei contratti flessibili. E' così che sono state riviste le forme contrattuali in entrata, considerate responsabili della precarietà in Italia.

E l'intervento sull'articolo 18?

Le modifiche introdotte all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori hanno raggiunto l'unico scopo di eliminare le poche certezze acquisite a livello giurisprudenziale in circa 40 anni di granitici precedenti. E non mi riferisco solo alle modifiche sostanziali, ma anche a quelle processuali. Il dettame della Legge Fornero avrebbe dovuto soddisfare quanto richiesto nella famosa lettera della BCE dell'agosto del 2011, ma così non è stato. Oggi licenziare è diventato un'incognita: il giudice considererà "manifestamente sussistenti" i fatti alla base del recesso? In caso di illegittimità del licenziamento, condannerà l'azienda alla reintegrazione o al solo risarcimento dei danni? E il risarcimento del danno a quanto ammonterà? Sarà più vicino ai 12 o ai 24 mesi?. Prima almeno era possibile fornire delle indicazioni di massima, adesso tutto è rimesso alla discrezionalità del giudice. A ciò si aggiunga che tutto questo è intervenuto in un momento di grande crisi del nostro paese, come del resto di tutto il mondo, in cui molte società sono state loro malgrado costrette a licenziare, affrontando tutte le incertezze della nuova normativa.

Arriviamo al Governo Letta, che interviene di nuovo sulla materia ed emana una serie di misure soprattutto per favorire l'occupazione giovanile. Tutto bene?

Tutte le misure che abbiano come finalità di promuovere l'occupazione giovanile sono benvenute. Il punto è di valutarne l'efficacia. Siamo in piena crisi recessiva, le aziende fanno fatica a stare sul mercato, molte di queste chiudono e quelle che non chiudono delocalizzano, cioè chiudono in Italia per aprire in mercati dove il costo del lavoro e dove le regole e il funzionamento del lavoro sono differenti. E non c'è nemmeno bisogno di andare in Cina o in India, pensiamo alle aziende italiane che chiudono nella dorsale adriatica per riaprire in Montenegro, con facilitazioni fiscali tremendamente interessanti, o in Polonia e in Romania. Oggi il mercato del lavoro è un mercato globale. Dunque è difficile immaginare norme che possano risolvere il problema dell'occupazione giovanile, perché l'occupazione giovanile la si risolve solamente aiutando le aziende a stare nel mercato e quindi a creare nuovi posti di lavoro.

Quello dell'occupazione giovanile non è del resto un tema solo italiano.

Minimo è un tema europeo. Il progetto europeo ‘Youth Guarantee' è sicuramente interessante perché stimola gli stati membri della UE ad attivarsi concretamente per cercare di aiutare i giovani a entrare nel mercato del lavoro. Non è una partita semplice. Marco Biagi ci aveva provato sostituendo la parola occupazione con la parola occupabilità. Non è importante solo cercare il posto di lavoro per tutta la vita ma rimanere occupati per il maggior tempo possibile, favorendo la cultura del cambiamento, la flessibilità. I giovani devono essere i primi ad essere disponibili a sperimentare lavori differenti. Nella mia esperienza lavorando con le aziende, ho riscontrato che i giovani questo approccio e questa capacità ce li hanno, molto più di tanti non più giovani che continuano a ragionare con modelli legati al passato.

Per chiudere, ricordiamo che Marco Biagi pagò con la vita il suo riformismo sul tema lavoro. Perché, secondo lei, il terreno del lavoro è tanto scottante in questo Paese?

Perché sulle norme del diritto del lavoro da sempre si sconta una battaglia politica di rapporti di forza e quelle del diritto del lavoro sono norme che creano rapporti di forza all'interno dei rapporti di lavoro. Quindi il diritto del lavoro va di pari passo con l'evoluzione della dialettica sindacale e il confronto eterno fra datore di lavoro e lavoratori. L'Italia non è la Germania. Noi non abbiamo la cultura della partecipazione tedesca. Purtroppo tra le anime delle relazioni sindacali prevale l'anima conflittuale, non quella partecipativa. Del resto, anche molte delle aziende italiane, di cultura profondamente datoriale, probabilmente non sarebbe nemmeno così pronte a condividere le proprie scelte strategiche con le organizzazioni sindacali e questo ci rende totalmente diversi dai modelli tedeschi. L'articolo 46 della Costituzione, che prevede la partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende, è rimasta di fatto sulla carta e non ha mai trovato attuazione proprio per queste spinte conflittuali. A volte il prezzo che si è pagato a tanta dialettica è stato alto e chi ha provato a cambiare le norme ha pagato con la vita. Non dimentichiamo che oltre a Marco Biagi, ci sono stati Massimo D'Antona e Ezio Tarantelli. Lo stesso padre dello Statuto dei lavoratori, Gino Giugni, venne ferito ad opera delle Brigate Rosse.

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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