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Aborti selettivi: una minaccia per l'umanità

19 gennaio 2014





La stampa italiana non sembra aver colto la portata della notizia diffusa nella seconda settimana di gennaio dal Guardian: nel Regno Unito, nel 2013, "mancano all'appello" almeno seimila bambine. I genitori, in seguito ad ecografie realizzate in strutture private, una volta stabilito il sesso delle nasciture hanno optato per l'aborto.

Questo fenomeno, detto degli aborti selettivi che privilegiano le sole gravidanze di figli maschi, nel Regno Unito sembra avere, per adesso, dimensioni rilevanti anche se non ancora drammatiche. Ma l'impatto socioeconomico di questa pratica ha, sul medio termine, effetti potenzialmente catastrofici.

In Inghilterra la pratica di "evitare le figlie femmine" riguarda soprattutto le famiglie di origine pakistana e, in misura minore, quelle cinesi. A livello globale il fenomeno, in maniera ben più consistente di quanto non accada in Inghilterra, sembra aver preso piede in India. Anche la stampa americana ne ha dato conto, per esempio con questo articolo https://socialreader.com/me/content/a4s0k?_p=full-search[1]. Il dibattito sul fenomeno negli Stati Uniti va avanti da diverso tempo: alcune frange femministe sembrano considerare questa pratica addirittura positiva, perché potrerebbe inevitabilmente a una società più aperta ai diritti dei gay e a una rivalutazione delle figure femminili, man mano che queste diventano più rare nella società.

Quanto sta succedendo in India, però, dimostra esattamente il contrario di quanto sostengono le femministe. Anche se nessuno è in grado di quantificare il fenomeno degli aborti selettivi e del calo delle nascite femminili in India negli ultimi vent'anni, senza dubbio gli effetti di queste pratiche stanno cominciano a manifestarsi con un aumento degli stupri di gruppo (molti uomini violentano una donna) e del rapimento a fini di stupro delle turiste straniere (due in India solo nell'ultima settimana).

Non solo: uno dei rischi percepiti dall'allarme lanciato da questo fenomeno e che molte legislazioni asiatiche facciano marcia indietro sulla liceità dell'aborto in senso lato, danneggiando indubbiamente la posizione sociale di tutte le donne.

Il potenziale impatto degli aborti selettivi era stato descritto perfettamente nel 1992 nel romanzo Il primo secolo dopo Beatrice dello scrittore cristiano-libanese Amin Maalouf (http://it.wikipedia.org/wiki/Amin_Maalouf) che raccontava un mondo con sempre meno donne partendo dalle istanze delle culture orientali con tutto il suo carico di orrori e gli effetti negativi, parlando proprio del rapimento delle occidentali da parte degli orientali "senza donne" per scopi sessuali.

Ma se le estremizzazioni raccontate da Maalouf sembrano ancora lontane, non c'è dubbio che il fenomeno sia uno dei fattori socio-economici più rilevanti del prossimo futuro. Oltre, naturalmente, che culturali.

Perché gli orientali non vogliono figlie femmine? L'aborto selettivo è dovuto a culture maschiliste estreme?

Quache commentatore internazionale avanza qualche dubbio, se non altro perché il fenomeno, per esempio, è rilevante in Cina, paese dove la cultura predominante non è particolarmente maschilista e non sono rari i casi di donne in posizioni di potere, ma non in Giappone, dove la cultura dominante è certamente molto più maschilista.

Una delle ragioni economiche per cui molti orientali non vogliono figlie femmine è legata alla mancanza di welfare delle grandi nazioni asiatiche. Nella cultura cinese, indiana e dei paesi mussulmani dell'Asia, infatti, il figlio maschio è tenuto a mantanere i genitori anziani sprovvisti di copertura pensionistica. Le figlie femmine no, sono tenute a sostenere solo i figli e non i genitori.

In Giappone, paese maschilista ma con un welfare previdenziale molto sviluppato, nessuno pensa di sopprimere le figlie femmine prima della nascita perché questo non incide in alcun modo sul tenore di vita dei genitori da anziani.




Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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