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Due o tre cose che so della Svizzera

10 febbraio 2014




A poco valgono le decine di aricoli che parlano della sostanziale liberalizzazione dell'immigrazione negli Stati Uniti come uno dei motori dello sviluppo (unito all'aumento di posti di lavoro hi-tech, che favoriscono la domanda di servizi anche a basso livello di specializzazione aumentando l'occupazione complessiva) rispetto alle ancestrali paure che attanagliano l'Europa che ancora non sembra aver trovato una via d'uscita "armoniosa" alla sua crisi.

Europa che con il referendum svizzero sulle quote di immigrazione vinto di misura dai sì che sembra di fatto aver messo fine alla libera circolazione delle merci e delle persone prevista dal trattato di Schenghen (non ce l'aveva fatta neanche l'ondata di panico scatenata dagli attentati dell'11 settembre 2001).

Ovviamente c'è chi plaude al referendum (in particolare la destra populista) e che chi lo vede come il fumo degli occhi (in particolare a sinistra). La posizione ufficiale del Governo Italiano (posto che ce ne sia una) rimane piuttosto neutrale. Qual è l'impatto economico reale dell'immigrazione il governo sembra averlo raccontato in un paper della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 2011 (ma che si rifà a lavori del 1996) che spiega come «l'emigrazione di lavoratori poco qualificati favorisce la crescita nell'area di partenza mentre l'immigrazione di lavoratori poco qualificati rallenta la crescita nell'area di immigrazione portando a convergenza il tasso di crescita e il reddito pro capite delle due aree».

Senza dimenticare che in questo caso l'area di partenza rispetto alla Svizzera siamo noi, l'Italia. O quantomeno siamo soprattutto noi.

 Due o tre dati per inquadrare il problema: gli italiani residenti in Svizzera ad oggi sono circa 290 mila, fonte il governo federale Svizzero. Sono nel 2008 erano 320 mila. In meno di sei anni sono calati di oltre il 10%. Ma il problema non sono loro. Sono i frontalieri, che in massima parte dalla Lombardia (e dalle provincie di Varese e di Como) tutte le mattine entrano in Svizzera, quasi esclusivamente nel Canton Ticino, per andare a lavorare e la sera tornano a casa in Italia.

Secondo le dichiarazioni del Segretario della Lega Nord Matteo Salvini i frontralieri sono 60 mila e "con  il referendum non rischiano assolutamente il posto di lavoro". Secondo il fondatore della Lega dei Ticinesi Giuliano Bignasca, partito svizzero "gemello" della Lega Nord e alleato della formazione di destra UDC che ha promosso il referendum i frontalieri sono 90 mila e il referendum ha visto la forte prevalenza dei "sì" (in Ticino quasi il 70%) proprio per la volontà popolare di mandarli a casa.

Di fatto il fenomeno, in Ticino, ha proporzioni macroscopiche: i frontalieri rappresentano fra il 18 e il 25% dell'intera popolazione del cantone e più di un terzo dei lavoratori, accusati di praticare il dumping salariale. Di quanto?

Secondo Eleonora Voltolina, animatrice del blog La repubblica degli stagisti, che si occupa di lavoro giovanile, un apprendista 19 enne svizzero rifiuta i lavori a meno di 2.000 franchi svizzeri (1.800 euro al mese), la cassiera di un supermercato guadagna mediamente 3.000 franchi (2.400 euro), un impiegato delle poste con deci anni di anzianità arriva a 4.000 franchi (3.600 euro), un infermiere specializzato può arrivare a oltre 7 mila franchi (5.600 euro). E' chiaro che gli italiani, anche molto qualificati, che fanno i frontalieri possono accontentarsi tranquillamente di un 20/25% in meno, che a casa loro (mediamente meno di un'ora in macchina o treno) è già uno stipendio più che decoroso.

Il buffo è che solo cinque anni fa la situazione era completamente diversa per motivi di cambio, perché il franco svizzero a 0,6 invece che a 0,8 sull'euro appiattiva molto le differenze salariali: i 1.800 al mese erano 1.200, i 2.400 erano 1.800, i 4.000 erano 3.200, i 5.600 erano 4.200. Stipendi sempre tendenzialmente più alti, ma non tanto da giustificare il dumping. Qualsiasi italiano che si è recato in Svizzera negli ultimi cinque o sei anni ha infatti potuto constatare il cambiamento di atteggiamento verso gli italiani anche solo di passaggio. Se fino al 2008 eravamo buoni clienti (per esempio dei grandi centri commerciali situati fra il confine e Lugano) e adorati turisti del sabato che andavano in Svizzera a caccia di benzina, cioccolata, sigarette e pigiami (oltre che esportatori di capitali), negli ultimi anni gli svizzeri hanno cominciato a guardarci con occhi diversi. Sono diventati loro i consumisti del weekend che prendono di mira i supermercati di Como e Varese, a noi nuovi poveri, anche se di passaggio, ci guardano come potenziali rubalavoro.

Quello che probabilmente succederà adesso, al di là di scenari apolcalittici di fine della globalizzazione e crollo dell'Europa unita, è che la perdita di competitività della Svizzera a causa della fine della libera esportazione verso i paesi dell'area Schenghen (che rappresentano in ogni caso oltre l'80% della destinazione dell'export elvetico) e dunque il probabile ribasso della quotazione del franco, tornando ad appiattire le differenze salariali fra Svizzera e Italia.

In tutto questo, però, c'è un'amara lezione anche per gli italiani. Perché agli Svizzeri converrà comunque continuare ad attarre manodopera qualificata italiana (per quella meno qualificata ci sono altri paesi) piuttosto che delocalizzare in Lombardia, magari a 20 chilometri dal confine, le sedi di impianti ed imprese. Perché il cambio del franco può anche volgere in nostro favore, ma le notre tasse e l'impatto demenziale della nostra burocrazia e della mancanza di una gestione politica ragionevole continuano ad azzoppare qualsiasi fenomeno serio di investimenti esteri in Italia. Anche se ormai la nostra manodopera è tanto conveniente... 

  

 

 

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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