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Non è esente da difetti, ma parleremo molto di Piketty

30 aprile 2014




Il giovane economista francese (ha solo 42 anni) Thomas Piketty e il suo monumentale saggio (Il capitale nel 21° secolo, non ancora pubblicato in italiano) stanno creando un rumore di fondo nella discussione economica che non si sentiva da decenni.

Curiosa anche la storia del suo saggio, passato più o meno sotto silenzio alla pubblicazione in patria, osannato come il nuovo vangelo dagli economisti americani dopo la traduzione in inglese (The capital in the 21° Century, Oxford Press) fino ad avviarsi a diventare, senza alcun dubbio, il best seller dei saggi di economia del 2014 malgrado la mole non proprio leggera  (più di mille pagine) con estimatori di estrazione e ideee diverse del calibro di Paul Krugman, Clive Crook, Steven Pearlstein, Branko Milanovic (già capo economista della Banca Mondiale),  Andrew Hussey.

"La dimostrazione che il capitalismo non ha funzionato", secondo quanti stanno cercando di sfruttare l'onda per usare le teorie di Piketty in chiave populista (dagli Occupy americani a Grillo). In realtà un atto d'accusa verso la cattiva distribuzione della ricchezza che finalmente pone l'accento sul maggiore problema idelogico portato da 35 anni di economia dominata dalle teorie liberiste e del laissez faire.

In ogni caso un saggio economico che dopo anni non parla solo di efficienza, efficiacia, costo per unità di prodotto e innovazione tecnologica, ma torna a guardare alle condizioni a monte che rendono possibile la produzione (gli investimenti) e dunque la creazione di nuova ricchezza. In questo molto diverso dalle idee New Age e anticapitaliste di un altro saggista francese di successo (che sarebbe molto arduo definire economista, anche se lui si considera tale) come Serge Latouche e la sua "felice decrescita".

I suoi detrattori parlano di "socialismo antistorico" (prendendo come spunto anche il titolo del saggio, che ovviamente richiama Karl Marx) o, peggio, di "radicalismo keynesiano". In realtà le teorie di Piketty - l'attuale sistema premia solo le ricchezze già accumulate e non la creazione di nuova ricchezza, occorre usare la leva fiscale non per finanziare l'inefficiente debito pubblico degli stati ma in chiave redistributiva per stimolare gli investimenti e la creazione di lavoro - non sembra rifarsi a Keynes ma a Roosevelt. Non a Franklin Delano Roosevelt e al suo "New Deal", considerata dalle destre la madre di tutti gli interventi statali in campo del welfare . Ma si rifà a Theodore Roosevelt, Presidente Repubblicano di inizi Novecento, probabilmente il primo presidente americano che ha basato la sua azione politica contro lo strapotere dei monopoli, sulla riduzione del capitale improduttivo in favore degli investimenti e della creazione di lavoro.

Certo, l'opera di Piketty è tutt'altro che priva di difetti. Una critica equilibrata la trovate sulla Rivista del Mulino qui (‪#‎Piketty‬ http://t.co/J81tE8bK2o ).

Tuttavia, è facile prevedere che nei prossimi mesi ne sentiremo parlare sempre di più.

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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