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Tendenze

Italiani: big data e fantaburocrazia

2 dicembre 2014




Qualche parola spesa sulla rete, che cosa sta diventando e sulla morbosa relazione che si sta instaurando in questi giorni fra realtà virtuale e opinioni reali, solo per notare che il boom dell'informazione on line e la diffusione dei social, lungi da creare un'opinione pubblica più responsabile e informata, sembrano invece amplificare opinioni abnormi, irrazionali, ossessive e fondalmentalmente stupide.

Un chiaro esempio è la catena di Sant'Antonio che impazza in questi giorni su Facebook. Se pensate che Facebook sia irrilevante considerate per un attimo che gli iscritti, nel mondo, hanno ormai superato gli abitanti della Cina (1,3 miliardi) e in Italia il numero dei pensionati (siamo circa a 20 milioni). Se frequentate, anche sporadicamente, il popolare Social Network vi sarete accorti che molti dei vostri amici, spesso insospettabili, hanno copiato e incollato sul loro stato il seguente testo (scusate, è un po' lungo, ma è di questo che stiamo parlando):

«A causa del fatto che Facebook ha scelto di includere un software che permette il furto di informazioni personali, dichiaro quanto segue: oggi, giorno 30 novembre 2014, in risposta alle nuove linee guida di Facebook e articoli L. 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale, dichiaro che, i miei diritti sono associati a tutte le mie informazioni personali, dipinti, disegni, fotografie, testi, ecc... postati sul mio profilo da ora e per sempre. Per l'uso commerciale di quanto sopra, è necessario il mio consenso per iscritto in qualsiasi momento.

 Chi legge questo testo può copiarlo e incollarlo nella propria bacheca di Facebook. Ciò consentirà di porsi sotto la protezione del diritto d'autore. Informo Facebook, che è severamente vietato divulgare, copiare, distribuire, diffondere o fare qualsiasi altra azione contro di me, sulla base di questo profilo e / o dei suoi contenuti. Le misure di cui sopra si applicano anche ai dipendenti, studenti, agenti e / o dipendenti, sotto la direzione di Facebook. Le informazioni riservate sono incluse nel contenuto del profilo. La violazione della mia privacy è punibile dalla legge (UCC 1 1 1 1-308-308-308-103 e Lo Statuto di Roma). Tutti i membri sono invitati a pubblicare un annuncio di questo tipo, o se si preferisce, questo testo può essere copiato e incollato. Se non si pubblica questa dichiarazione almeno una volta, tacitamente si consente l'utilizzo di elementi quali foto, così come le informazioni contenute nell'aggiornamento proprio profilo».

Si tratta, evidentemente, di una colossale bufala, non solo italiana, già smascherata dal blogger inglese Michael Rawlings che ha controllato i riferimenti di legge citati sottolineando come siano privi di senso: gli articoli del Codice di Proprietà intellettuale fanno riferimento alla legge francese, gli UCC a quella americana. Niente che abbia validità in Italia o in altri paesi o pertinenza giuridica, uno sciolglilingua di pari valore di un'invocazione a Sant'Antonio, Giove Pluvio e Manitù che "per favore non faccian piovere più". Anche La Stampa, forse il quotidiano italiano più sensibile a quello che succede in rete, si è accorta del fenomeno e lo ha stigmatizzato (http://www.lastampa.it/2014/12/03/tecnologia/la-bufala-della-dichiarazione-antifacebook-jwoYXzB1LqDN4mzFYuuinM/pagina.html?wtrk=cpc.social.Facebook&utm_source=Twitter&utm_medium=&utm_campaign).

Ma, ancora di più, che violazione della privacy e del copyright può esserci rispetto a contenuti che scientemente e di mia volontà pubblico su Facebook mettendoli a disposizione di chi li legge o guarda? Peraltro la mia adesione a Facebook deriva dalla sottoscrizione di un contratto che ha come oggetto proprio la divulgazione dei contenuti che voglio condividere con un pubblico che, fra l'altro, posso anche selezionare in cambio di una "cessione" del mio profilo e dei miei dati a Facebook.

La bufala non è passata inosservata, tanto che Guido Saraceni, docente di Filosofia del Diritto dell'Università di Teramo ha pubblicato sulla sua bacheca (e in facoltà) una dichiarazione sarcastica ma efficace:  «Avviso agli studenti di informatica giuridica. Chi tra di voi ha pubblicato sul suo profilo una sorta di autocertificazione a tutela della privacy è pregato di chiudere per sempre l'account Facebook - per evitare di procurare danni a persone o cose -, lasciare la Facoltà di Giurisprudenza ed iscriversi a Scienze degli Snack al Formaggio. Andiamo male ragazzi, molto, molto male».

Peccato che a copiaincollare la dichiarazione in difesa di una presunta privacy violata da Facebook non siano stati solo gli studenti (somari) del professor Saraceni, ma anche stimati professionisti quaranta e cinquantenni, operatori del diritto, giornalisti. Una sorta di follia collettiva in cui l'atteggiamento medio sembra essere stato assolutamente uguale a quello che muove la superstizione «Non è vero, ma ci credo», o meglio, sarà anche una bufala ma che male può fare se copiaincollo questa formuletta? Così, caso mai un domani dovesse tutelarmi da chissà quale accidente…

Purtroppo, però, la formula copiata non serve a nulla se non a certificare la dabbenaggine di chi la ha diffusa e il fatto che gli italiani (più che in qualsiasi altro paese Occidentale) sono molto restii a informarsi e a capire bene le cose. Vale di più l'opposizione burocratica, non importa se supposta o reale.  Insomma, anche nel mondo virtuale ragioniamo per timbri e carte bollate e siamo sempre più propensi a cadere in queste trappole.

Poco male? Non direi. Se il sintomo non è dei più gravi, la malattia probabilmente lo è, amplificata da media sempre più compiacenti verso le "fiammate" di sentimenti irrazionali del pubblico.

Il meccanismo emozionale alla base della bufala è lo stesso che spinge le persone a non vaccinarsi contro l'influenza (che fa circa 8 mila morti all'anno in Italia) perché forse 13 anziani sarebbero deceduti dopo aver fatto il vaccino ma a ignorare il fatto che l'Italia, con 140 mila sieropositivi, è il paese europeo con la maggior diffusione dell'AIDS.

D'altro canto big data sta arrivando. È verissimo che Facebook consente di profilare chi lo usa creando enormi database sui gusti e le abitudini dei consumatori italiani. Ed è altrettanto vero che nei prossimi anni il marketing virale probabilmente cambierà la nostra maniera di consumare beni e servizi. Ma se pensiamo che per evitare questa trasformazione basti copiaincollare su Facebook un'improbabile dichiarazione anonima (nessuno sa, ovviamente, chi sia stato a scriverla) vuol dire che anche se pensiamo di essere molto evoluti perché non crediamo più alle streghe e alle fate turchine, in realtà ragioniamo ancora in termini di sortilegi burocratici che ci può aiutare a risolvere solo la fata Timbrina.

 

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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