In edicola
n° 7-8/2017
area abbonati
Archivio articoli
2017 2016 2015 2014 2013 2012 2011 2010
Autori
Acoté Massimiliano Cannata Daniele Chieffi Giampaolo Colletti Paola Conversano Luigi Dell'Olio Vito Di Bari Antonio Dini Emanuele Facile Gaia Fiertler Giovanna Guercilena Giovanni Medioli Giorgio Neglia Andrea Notarnicola Letizia Olivari Maria Cristina Origlia Daniela Ostidich Paola Stringa Marco Todarello Danilo Zatta
Il Sole 24 Ore Shopping 24

Attualità

Private Debt. E' piccolo ma crescerà

3 marzo 2016




Il fenomeno è ancora piccolo, l'impatto sul sistema paese limitato. A inizio 2016 una raccolta di risorse per circa 1,2 miliardi (con una previsione di arrivare a 5,5 entro il 2017)e investimenti complessivi (i soldi effettivamente arrivati alle imprese per circa 500 milioni di euro con poco più di una trentina di emissioni di minibond fra 2013 e primo trimestre 2016. Ma i numeri rivelano che dopo una (lunghissima) gestazione finalmente anche l'Italia può dire di avere un mercato di Private Debt, ovvero un canale istituzionale di finanziamento per gli investimenti delle imprese che non passa direttamente dal sistema bancario.

Lo sostiene l'AIFI, l'Associazione Italiana del Private Equity, del Venture Capital e, da ieri, ufficialmente anche del Private Debt di cui raccoglie l'adesione di 17 operatori (in via di diventare 18) dei 26 che operano ufficialmente in Italia, che rappresentano circa il 60% del mercato. Private Debt (PD) è il nome inglese per una pratica che, secondo alcune stime, negli Stati Uniti nel 2015 ha visto una raccolta oltre 120 miliardi di dollari da parte dei fondi specializzati e nel Regno Unito per oltre 33 miliardi di dollari e rappresenta circa l'80% delle forme di finanziamento diretto per le aziende negli Stati Uniti, circa il 60% nell'Unione Europea.

In Italia siamo ovviamente molto lontani da questi obiettivi, come ha spiegato Innocenzo Cipolletta, presidente di AIFI: «La norma che ha aperto la strada al private debt è il decreto sviluppo nel 2013. Ma la regolamentazione eccessivamente dettagliata e rigida della Banca d'Italia sui fondi e ha certamente reso la vita difficile a uno strumento che nasce soprattutto per le piccole imprese attraverso le operazioni di piccoli operatori spesso legati al territorio. Se i fondi devono operare con vincoli di capitale simili a quelli delle banche, non hanno la possibilità di sviluppare un mercato che avrebbe invece potenzialità di crescita molto elevate. Stiamo discutendo con la vigilanza per cercare di dimostrare che il PD (che comunque resta nei portafogli degli operatori istituzionali: la legge non consente il collocamento di quote dei fondi o delle emissioni obbligazionarie presso i risparmiatori) può funzionare bene anche con una regolamentazione meno restrittiva come accade, per esempio, in Francia, dove lo strumento vede moltissime operazioni di finanziamento ogni anno ed è diventato uno dei mezzi finanziari più interessanti per la crescita delle PMI».

Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI, ha spiegato che il fenomeno è in forte evoluzione e che anche alcune formule, come quella di minibond  per indicare le emissioni di obbligazioni delle medie imprese (denominazione tutta italiana che avrebbe disorientato diversi operatori esteri, abituati a chiamare strumenti simili col nome di Commercial Paper) tende a essere abbandonata in favore della definizione di PD, che molto più conosciuta a livello internazionale, e che non si limita alle sole emissioni obbligazionarie al servizio di un progetto di sviluppo aziendale (crescita per linee interne o esterne, adeguamento tecnologico e internazionalizzazione sono i campi dove il PD può intervenire) ma «può rappresentare una serie di strumenti diversi fra cui le emissioni, ma anche i cosiddetti strumenti ibridi fra debito e capitale (prestiti mezzanini, emissione di obbligazioni convertibili) fino ad arrivare al vero e proprio prestito di denaro, in concorrenza diretta con le banche. La cosa curiosa è che i fondi italiani di PD vengono finanziati soprattutto dalle banche e dalle fondazioni bancarie, che rappresentano oggi il 55% della raccolta (49% banche, 6% fondazioni) mentre altre forme di istituzioni finanziarie, all'estero molto attive nel finanziare i fondi di PD si impegnano, per adesso, molto meno: le assicurazioni per un 20% della raccolta, le casse di previdenza per un 16% che dovrebbe comprendere anche i fondi pensione, in realtà quasi assenti dalla scena».

Ma perché a un'azienda dovrebbe convenire rivolgersi a un operatore di PD piuttosto che a una banca, posto che le aziende "finanziabili" non sono comunque quelle che si vedrebbero negare credito allo sportello e che il costo del denaro è oggi ai minimi storici? Stefano Romiti, presidente della commissione Private Debt di AIFI ha spiegato che «Il costo delle operazioni è certamente calato rispetto alle prime che sono state fatte: i prestiti obbligazionari (durata media 7-8 anni) inizialmente costavano intorno al 6% (con punte dell'8% per le società con un rating più rischioso) oggi intorno al 5%. Certo, le aziende possono trovare oggi denaro in banca a 1 o 2 punti in meno. Ma prima di tutto le banche finanziano quasi esclusivamente il circolante (in particolare a quel prezzo) e non gli investimenti di medio periodo. Inoltre i finanziamenti e fidi bancari sono a revoca unilaterale. Se le condizioni di mercato peggiorano le banche possono chiedere loro di restituire tutto entro la mattina dopo. E quante aziende sono saltate fra 2008 e 2009 per non averlo saputo prima? Gli operatori di PD sono partner stabili, offrono finanziamenti per l'investimento a medio e lo fanno sulla base dell'analisi minuziosa dei progetti di sviluppo che le aziende cpresentano, non sulla base delle garanzie, spesso onerose, che le aziende devono poter presentare alle banche».

Giovanni Landi, vice presidente della commissione Private Debt di AIFI ha sottolineato che «se un'azienda preferisce risparmiare un paio di punti sul costo del finanziamento quando deve varare un progetto di crescita, anche noi preferiamo che vada in banca. La crescita generata dal progetto, per essere sostenibile, deve essere a doppia cifra. Vorrei ricordare che i tempi di costruzione, avviamento a regime e ammortamento di un impianto industriale, per esempio, sono di almeno 7 anni. Se la crescita attesa grazie al nuovo impianto è del 7 o 8% annuo nei sette anni, vale la pena costruire (e finanziare) l'impianto?». Altro punto, i tassi sono molto bassi oggi. Ma lo rimarranno anche sul medio periodo? Con un finanziamento bancario bisogna mettere in conto anche il rischio di un'impennata del costo del finanziamento che un'operazione di PD non ha. E, come abbiamo raccontato più volte, il momento giusto per ricominciare a investire è adesso, anche perché il denaro costa così poco.          

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
Altri articoli
Gli autori dell'Impresa