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Attualità

Fake news, la Rete è la soluzione

27 marzo 2017




E' il tema del momento. Nell'imprevedibile e a volte curioso balletto delle priorità, quella contro le notizie false e tendenziose, contro le bufale piccine o grandi che siano, sembra essere diventata la battaglia numero uno. Non che l'argomento non sia serio, lo è: nel mescolamento continuo dei piani di realtà e di verosimiglianza e di fantasia, il rischio di rapportarsi alla vita in modalità da ubriachi è alto. Poi, come sempre, c'è chi si fa prendere la mano e, partendo da un problema vero, elabora soluzioni improbabili. Ad esempio, presentando in Parlamento un disegno di legge, rigorosamente a firma bipartisan, "per prevenire la manipolazione dell'informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l'alfabetizzazione mediatica", il tutto accompagnato da sanzioni pecuniarie e sin penali: a questo punto, viene da chiedersi se il rimedio non sia peggiore del male. Attorno al tema delle notizie false e manipolate ragioniamo con Paolo Attivissimo, giornalista informatico e divulgatore scientifico che della caccia alle bufale ha fatto un impegno personale.

Cosa vogliamo dunque fare per contrastare il fenomeno delle fake news?

L'unica cosa sicura è che la censura, che pure viene invocata ad ogni piè sospinto, non serve proprio a nulla, anzi produce solo danni, oltre al piccolo dettaglio che non si capisce come potrebbe concretamente realizzarsi. Il fenomeno delle notizie false alias bufale è un problema certamente non creato, ma forse amplificato da Internet, che ne ha determinato l'esplosione. Bene, saranno proprio la Rete e la tecnologia a offrire le soluzioni. La comunità degli informatici sta lavorando per approntare strumenti tecnici sul modello degli anti virus, il tutto in modalità trasparente e facile. Esattamente come vengono riconosciuti e bloccati i virus,  i siti che campano inventando false notizie possono venire riconosciuti e segnalati al lettore, perché sappia e decida consapevolmente come procedere. Poi, si potrebbe insistere con i social network affinché lavorino sull'impaginazione, così da dare maggiore risalto alla fonte delle notizie. Perché non si stemperi tutto nel colore d'insieme.

Facebook e Twitter e anche Google dicono che si stanno occupando del problema. Possiamo contarci?

Mi verrebbe da fare una mezza smorfia. Prendiamo Facebook: dice che sta cambiando l'algoritmo che è alla base della visibilità delle  notizie così da premiare e valorizzare i contenuti  autentici e, per contro, da penalizzare quelli dalla provenienza equivoca. Ma non può sfuggire un conflitto d'interessi di fondo, visto che il meccanismo di Facebook è tutto basato sulla condivisione dei contenuti, per cui più le notizie vengono rilanciate, meglio è per il social. Dentro Facebook esistono delle casse di risonanza, gente pagata dagli inserzionisti per parlare di un certo argomento e rilanciare i contenuti. A questo riguardo, sto proprio seguendo un'inchiesta che parrebbe indicare come in alcuni forum si verifichino delle vere e proprie offerte in denaro, del tipo io ti do duemila euro se tu rilanci una tale notizia presso i tuoi follower, una notizia che rimanda su un sito di bufale che, tanto per cambiare, vive di click e di pubblicità.

E l'impaginazione a cui accennava cosa c'entra?

Per come è impostato, Facebook riconfeziona i contenuti dei siti, prendendo titoli e immagini e poi riportando la fonte in basso, in piccolo. Si produce così un effetto appiattimento, dove tutto sembra avere la stessa importanza, effetto che si amplifica sui dispositivi mobili. Non è che chi si collega, magari mentre è sulla metropolitana, abbia sempre il tempo, e forse nemmeno la forma mentis o la voglia, per andare a controllare le fonti, fare la qual cosa è invece il compito precipuo dei giornalisti. Il risultato è quello che sappiamo, la circolazione a mo' di valanga di alcuni contenuti privi di fondamento. Come la bufala del ponte crollato sulla Salerno-Reggio Calabria che circolava qualche tempo fa. E come molti altri esempi anche stranieri, perché certo dare credito a ciò che non lo meriterebbe non è una specialità solo italiana.

A proposito di estero, come la mettiamo con i fatti alternativi, la formula coniata da Kellyanne Conway, dello staff di Trump?

La formula è indovinata, e farà scuola, purtroppo. E' la teorizzazione che dà legittimità a quell'operazione per cui il dato si scollega dalla funzione oggettiva che ha sempre avuto, almeno in teoria, per acquisire esso stesso flessibilità. Il dato non serve più a inchiodare una situazione alla realtà, bensì per entrare anch'esso nel calderone della discussione e della libera interpretazione. Tutto molto interessante e al tempo stesso molto pericoloso. Inventarsi un'altra realtà è l'ultimo passaggio di un percorso logico nella sua follia: prima la realtà viene ignorata e, per rimanere sul piano politico, ci si lancia in promesse che mai potranno essere mantenute o si urlano soluzioni semplicemente irrealizzabili, poi si sfocia nella realtà parallela. Quando c'erano gli organi di partito addetti alla propaganda almeno si sapeva con cosa si aveva a che fare, adesso invece, come dicevamo prima, tutto si confonde e si sovrappone. Siamo alla tempesta perfetta.

L'immaginazione al potere?

Diciamo che nonostante la scolarizzazione di massa, sta prendendo piede una preoccupante mentalità anti realtà, o forse che semplicemente prescinde dalla realtà, con rischi seri anche sul piano sociale. Ripeto, non è un fenomeno solo italiano, ma spendiamo due parole sul fatto che un media come Adnkronos pubblica articoli che presentano il respirianesimo come una pratica di vita fattibile e  che sulla nostra televisione cosiddetta pubblica va in onda da oltre dieci anni un fortunato programma dal nome Voyager, che macina ascolti parlando di alieni e di draghi e della fine del mondo. E per premiarne la bravura, il suo autore e conduttore è stato pure promosso a vicedirettore di rete con la responsabilità dei programmi per i ragazzi. I quali ragazzi frequentano una scuola che non li abitua al senso critico, non li allena al metodo argomentativo. Non è vero che ogni opinione conta allo stesso modo, nella preparazione intellettuale non funziona, non dovrebbe funzionare, come invece da troppo tempo funziona nei talk show, e cioè che accanto all'esperto che di quella materia sa tutto perché ha studiato, si siede il personaggio il cui unico merito è invece di essere telegenico.

Lei sembra davvero preoccupato. Per questo dedica tanto tempo al debunking, cioè a smontare bufale e teorie del complotto?

Se non temessi di  usare toni roboanti, direi che io mi dedico al debunking e giro per le scuole per dovere civile. Mi viene da piangere se penso che in Parlamento si fanno interrogazioni sulle scie chimiche e che le posizioni anti vaccino convincono tante persone. E c'è anche chi invoca nuove leggi, naturalmente severissime, in funzione anti bufala. Ma le leggi esistenti bastano e avanzano, mi riferisco ad esempio alle leggi sulla diffamazione e anche sul procurato allarme. Spunta in continuazione questa mentalità dirigistica, che peraltro spesso va d'accordo con quella anti scientifica, per cui ci vuole sempre una nuova legge che governi qualsiasi fenomeno. E' il teatrino della sicurezza. L'attenzione si focalizza su un problema e allora il dirigente nonché politico deve far vedere che se ne occupa, che fa il proprio dovere, che si merita lo stipendio che gli viene pagato. E allora ecco che salta su l'esigenza di una legge ad hoc, il gadget offerto allo show.

Un'ultima domanda, off topic. Perché a un certo punto ha deciso di andare via dall'Italia?
Si tratta di una decisione presa più di quindici anni fa, insieme a mia moglie. Eravamo e siamo entrambi liberi professionisti e avevamo una pretesa esagerata, di poter lavorare liberamente. Alla fine di ogni mese, facevamo due conti e ci guardavamo in faccia sconsolati: tantissimo, troppo, se ne andava in tasse e noi ci chiedevamo per chi stessimo lavorando così tanto. Non volevamo frodare o inventarci trucchetti, volevamo solo lavorare in santa pace. Abbiamo dapprima vissuto un po' nel Regno Unito e poi in Lussemburgo e alla fine siamo approdati in Svizzera, a Lugano, dove stiamo benissimo, la fiscalità è ragionevole, i miei figli hanno un futuro e se proprio ci viene la nostalgia del Bel Paese, saliamo in macchina e passiamo il confine. Sinceramente, non ci siamo mai pentiti della nostra scelta.


Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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