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Attualità

Agenzie per il lavoro in buona salute, l'occupazione meno…

16 gennaio 2017




Non sono certo mancate le soddisfazioni. Per le agenzie per il lavoro, il 2016 è stato un anno di crescita su tutti i fronti: somministrazione pura, staff leasing, ricerca e selezione, formazione. Le tendenze positive, peraltro affatto scontate, che si erano delineate all'indomani del Jobs Act hanno trovato ulteriore conferma e il settore inaugura il nuovo anno con slancio, forte di un fatturato complessivo fra gli otto e i nove miliardi di euro e di tassi di crescita annui che vanno via via a ridurre il gap fra l'Italia e il resto dei paesi europei per quanto riguarda l'incidenza del lavoro in somministrazione sul totale dell'occupazione. I dati di Assolavoro, l'associazione che raggruppa la maggior parte delle agenzie per il lavoro per un totale di 2mila filiali, parlano di una visione ottimistica da parte degli operatori del mercato, soprattutto sul breve periodo a fronte di una maggiore cautela sulle prospettive di medio termine. Più della metà delle agenzie stima che nel 2017 la crescita sarà superiore al 5%. Il che significa che si supererà la soglia dei 400mila lavoratori impiegati presso le aziende clienti su base mensile.

Anche i dati Unioncamere-Excelsior (Link)

ci dicono che le società che evidenziano una propensione ad assumere significativamente superiore alla media, con valori anche doppi, sono quelle che esportano e che sono impegnate nell'innovazione, di prodotto e di processo. Dato che peraltro dovrebbe far riflettere circa il mito diffuso per cui il progresso, in specie quello tecnologico, sottrae posti di lavoro e di fatto causa la disoccupazione. Non è proprio così: i processi di cambiamento in corso nei modelli di business semplicemente modificano lo scenario; basti pensare che molte delle professioni e delle competenze che vengono oggi richieste dall'industria, dieci o addirittura cinque anni fa non esistevano nemmeno e che si stima che il 65% degli scolari attualmente alla scuola elementare finiranno per fare lavori per i quali al momento non si dispone nemmeno di un nome. 

E sul fronte universitario, le cose non vanno meglio. «Siamo al paradosso – afferma Andrea Rangone, fondatore degli Osservatori su ICT e Management della Scuola di management del Politecnico di Milano (Link) e amministratore delegato di Digital360, società che si occupa di trasformazione digitale – per cui gli attuali studenti universitari, che sono tutti nativi digitali, non si stanno in realtà preparando appieno proprio sul versante hitech e digitale su cui dovrebbero essere dei campioni». E forse nemmeno capiscono sino in fondo l'importanza che l'innovazione digitale riveste per le imprese. Il dato emerge dalla ricerca "Il futuro è oggi: sei pronto?" condotta da University2Business, società del gruppo Digital360, con lo scopo di misurare e confrontare la percezione che da un lato gli studenti e dall'altro i responsabili Hr delle aziende hanno sui temi del cambiamento indotto dalla trasformazione digitale nel mondo del lavoro, nell'economia e nella società tutta. Intervistando un campione statisticamente significativo di 2.628 studenti, di tutte le facoltà, e un panel di 168 Hr manager, la ricerca ha portato in superficie alcune cose che rimanevano un po' nascoste.  «Non c'è ancora stato quel cambiamento culturale – spiega Rangone – che porta dal saper giostrarsi sui social network al saper mettere le proprie competenze digitali a favore di un business, per costruire davvero qualcosa» …

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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