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Mercati

Se la Cina non è più il cacciavite del mondo

2 dicembre 2011




Non più la fabbrica (inquinata) che invade il globo con le sue produzioni, non più un mercato di sole merci locali discount ma, al contrario, uno dei mercati più interessanti della terra per le produzioni di qualità, con il rischio di essere sempre meno un luogo dove produrre a basso costo perché il costo del lavoro si sta impennando, già oggi la manodopera qualificata costa più o meno come in Occidente, entro il 2015 il salario medio minimo dovrebbe raddoppiare, il mercato immobiliare sta conoscendo incrementi molto elevati nel valore dei terreni, la valuta locale si sta apprezzando mentre le economie occidentali, fiaccate dalla crisi, tenderanno a importare sempre meno prodotti sempre più cari.

Tutti sostanzialmente d’accordo la quarantina di manager e imprenditori che hanno partecipato a fine novembre Milano al seminario “La Cina non è per tutti” organizzato dalla Ceccarelli direzione d’impresa, nota firm milanese di strategia, con la partecipazione di Cristiana Barbatelli, direttore di Pas Advisors, consulente che lavora in Cina per le imprese italiane da oltre 25 anni. Dunque la Cina come fonte di grandi rischi, ma anche di enormi opportunità, perché entro il 2020 in Cina avverranno il 12% dei consumi mondiali, circa il 66% di quelli Usa, con tassi di crescita (dei consumi) che in Europa sono ormai solo un lontano ricordo. In questo quadro le aziende italiane sono attrezzate per lavorare con successo nella nuova realtà cinese? Secondo Cristiana Barbatelli qualche problema c’è legato soprattutto alla “presbiopia” delle Pmi italiane che arrivano in Cina e cominciano a correre per riuscire a reggere il ritmo vorticoso di crescita di quei mercati, ma spesso mancano di una visione macro, di una strategia di lungo periodo e rischiano di essere fagocitate da una cultura che non è la loro.

Aziende italiane spesso piccole o piccolissime, quasi sempre famigliari, che a volte sono arrivate in Cina, hanno aperto una filiale o una joint venture per scoprire dopo un po’ che questa rischiava o era semplicemente diventata più grande della casa madre.  Aziende italiane spesso poco attraenti per le risorse umane cinesi sempre più esigenti, affascinate dai grandi marchi e tendenzialmente poco fedeli se non in presenza di benefit molto consistenti e coinvolgenti. Imprenditori e manager italiani invece molto apprezzati, perché fra gli occidentali più capaci di sintonizzarsi con la mentalità di business cinese, molto lontana dai modelli anglo sassoni o teutonici, tanto che cresce il numero dei manager italiani in Cina per conto di multinazionali che italiane non sono. A patto di sfuggire le insidie del guan-sci, il sistema di relazioni di scambio che è, purtroppo, abbastanza nelle corde di alcuni italiani ma finisce inevitabilmente per creare obblighi e pesi spesso insopportabili per l’azienda.

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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