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Liberalizzazioni? In Italia non navigano in rete

16 dicembre 2011




Si chiama Pec, posta elettronica certificata. Apparentemente una bella idea: dovrebbe consentire di eliminare uno degli incubi ricorrenti dei cittadini italiani: le raccomandate. Quelle terribili buste che arrivano soprattutto da enti pubblici e assimilati (più di una su tre è una multa o un accertamento fiscale) che dovrebbero essere consegnate personalmente al destinatario o ad altra persona al suo domicilio, ma, chissà come mai, tocca quasi sempre andare a recuperare in uffici postali lontani facendo file chilometriche.

Dal 29 novembre 2011, lo hanno scritto tutti i giornali, è diventata obbligatoria per tutte le aziende (in Italia, lo ricordiamo, più di 4 milioni) e (forse) anche per i professionisti (almeno quelli iscritti agli ordini, più di altri 2 milioni), che avrebbero dovuto attivare, secondo la legge 2 del 28 gennaio 2009 (conversione di un decreto legge del novembre 2008 che conteneva almeno un centinaio di misure economiche), una casella Pec presso il sito del governo o uno dei licenziatari abilitati proprio allo scopo di interloquire con la pubblica amministrazione. Ma allora perché, in data odierna, il sito  www.postacertificata.gov.it , fonte ufficiale delle notizie relative alla Pec, parla con orgoglio di “ben” 581 mila caselle attivate, comprese quelle dei dipendenti pubblici che l’hanno avuta di default dall’amministrazione? Non avrebbero dovuto essere più di 6 milioni?

Qualcosa non torna. Intanto il termine, che nella generale indifferenza è slittato per le imprese e i professionisti al 31 dicembre. Ma sarà difficile che venga rispettato: perché le sanzioni in caso di non ottemperanza sono multe di scarsa entità, ma soprattutto perché, come chiunque abbia già attivato una casella Pec ha già sperimentato, in realtà lo strumento, per adesso, è di fatto inutile e costoso. Dovrebbe essere gratis per i cittadini, attraverso il sito del governo. In realtà costa al minimo 19 euro più Iva (cioè 22,99) per tre anni, ma con smart card per poter accedere alla casella anche in remoto 32,43 (Iva inclusa). Ma anche la versione più “cara” non serve a nulla senza la certificazione della firma digitale, perché non consente di inviare (oltre che di ricevere) raccomandate elettroniche con identità certa del mittente. E non basta neanche a ricevere le raccomandate elettroniche dalla PA (che infatti non stanno arrivando) perché il sito del governo (e l’apposito ente che ci sta dietro) è competente ad attivare e gestire le caselle, ma non ad informare le amministrazioni dell’indirizzo Pec dell’azienda, del professionista o del cittadino che ne è titolare.

Insomma, gli indirizzi non sono pubblici: una volta attivata la casella, il titolare dovrebbe informare personalmente tutte le amministrazioni con cui è in contatto della sua esistenza e invitarle ad usarla per le comunicazioni. Ovviamente tramite raccomandata cartacea, perché per usare la Pec dovrebbe avere anche la firma digitale. Firma digitale che molte aziende già utilizzano per le loro comunicazioni commerciali, ma ovviamente non con la Pec. A questo punto l'intenzione dichiarata dal governo (cioè che tutte le comunicazioni della PA ad aziende e professionisti entro il 2013 avvenga tramite Pec) sembra più che altro appartenere al libro dei sogni.

Ancora peggio i costi per chi cade nelle grinfie dei concessionari: molti promettono il primo anno gratuito (ma non i costi di attivazione), poi però la faccenda si fa seria. Si va da un minimo di 6 a un massimo 50 euro l’anno per la sola casella, ma se per esempio si vuole anche una firma digitale uno degli operatori più noti comincia già a chiedere altri 53 euro l’anno (prezzi Iva inclusa). Altri oboli sono previsti per la ricevuta di ritorno certificata, la portabilità dell'accesso, eccetera. Il rischio concreto è di pagare una “tassa occulta” di un centinaio di euro l’anno per uno strumento che per adesso è completamente inutile.

Infatti se da un lato sembra molto strano che Poste Italiane voglia rinunciare al ricco business delle raccomandate cartacee (nel 2010 la gestione della corrispondenza ha generato ricavi per oltre 5 miliardi di euro su 22 del fatturato globale delle poste. Le raccomandate rappresentano, a volume, quasi la metà della corrispondenza recapitata) c’è da ricordare che la Pec è un’invenzione soltanto e completamente italiana, non riconosciuta all’estero, al contrario della firma digitale, che è quanto usano effettivamente le aziende. E qualche avvisaglia di perplessità da parte dell’Unione Europea a questo proposito è già stata manifestata.  

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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