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Ma i tagli lineari erano peggio del “Salvaitalia”

19 dicembre 2011




Pensate per un attimo a un'impresa che entro i prossimi due anni, nel bel mezzo della peggiore crisi economica e finanziaria a memoria d'uomo, si fosse vista raddoppiare le tasse sul reddito dalla sera alla mattina...

Un incubo? Uno scenario da film dell'orrore? No, soltanto l'effetto previsto per il 2014 dei tagli lineari contenuti nelle manovre Tremonti di luglio e agosto. Effetti che (Corte dei Conti a parte) quasi nessuna istituzione, forza politica o commentatore sembra aver notato né commentato.

Certo, nel frattempo il governo Berlusconi ha rimesso il mandato, c'è il governo Monti e i tagli lineari, almeno apparentemente, sono stati tolti dal tavolo. Ma a quanti protestano solennemente contro la "manovra di Natale" e la sua presunta incapacità di dare uno stimolo alla crescita, bisognerebbe almeno spiegare bene che cosa sarebbe successo con i tagli lineari in vigore.

Tutti i benefici fiscali oggi vigenti  sarebbero stati ridotti (ovvero deduzioni e detrazioni) del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014. Solo qualche vantaggio fiscale in meno per chi ha un mutuo o paga il premio di un'assicurazione sulla vita (come inizialmente analizzato da alcuni esperti, link qui)? Non proprio: uno tsunami fiscale per le imprese che avrebbe colpito soprattutto il lavoro dipendente, esattamente come l'odiatissima Irap, ma con un peso che qualche osservatore ha stimato almeno 5 o 6 volte superiore all'Irap.

Come? Oggi un'azienda che fattura 100 e ha un utile lordo di 20, le tasse sul reddito d'impresa (Ires, ex Irpeg) le paga su una base imponibile di 20. 80 sono le spese deducibili, fra cui compensi, contributi e oneri dei dipendenti e dei collaboratori e pagamenti ai fornitori di qualsiasi genere.

Coi tagli lineari a regime, nel 2014, a saldi invariati (mon un centesimo in più incassato o guadagnato) la stessa impresa avrebbe pagato la tassa sul reddito su una base imponibile di 36, ovvero l'utile lordo di 20 più il 20% delle spese deducibili.

Dunque un incremento netto della base imponibile dell'80% a cui non avrebbe però corrisposto un incremento netto di tasse da pagare dell'80%: l'imposta sul reddito infatti è progressiva, le tasse aggiuntive vanno necessariamente nelle fasce "alte" delle aliquote, in molti casi (come notato dalla Corte dei Conti) l'incremento delle imposte da pagare avrebbe superato il 100%.

Piccolo particolare in più: in assenza di aggiustamenti specifici, la "rimodulazione" delle imposte avrebbe colpito anche (e soprattutto) le aziende in perdita, spingendole con ogni probabilità fuori mercato: infatti un'azienda che avesse fatturato 100 e speso 110, che oggi non paga nessuna imposta sul reddito (che non c'è), a regime avrebbe pagato imposte su una base "virtuale" di 22, ovvero il 20% delle spese deducibili. Un'azienda che avesse incassato 100 a fronte di una spesa di 200 avrebbe pagato l'Ires su una base imponibile di 40, e così via.

Abbiamo scampato questo rischio? C'è da augurarsi di sì. E a quanti si lamentano della "medicina amara" di Mario Monti, c'è da ricordare che se oggi abbiamo preso la purga, prima rischiavamo di prendere il veleno.

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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