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Se avessimo brevettato la pizza…

27 gennaio 2011




Che cos'è un brevetto? "L'elemento che rafforza con la fiamma dell'interesse la luce della creatività".

A dirlo è stato Abramo Lincoln, sedicesimo Presidente degli Stati Uniti e avvocato, famoso non solo per aver vinto la Guerra di Secessione, inaugurato la prima ferrovia fra Atlantico e Pacifico, avere introdotto un sistema di imposte progressive sul reddito e aver inventato il sistema bancario nazionale americano, ma anche per aver potenziato, nel 1864 (l'anno prima di venire assassinato), l'ufficio nazionale brevetti (Uspto, in seguito competente anche per i marchi) creato nel 1790 su input di un'altra figura storica, Beniamino Franklin, politico e inventore, e previsto espressamente dal testo della Costituzione degli Stati Uniti.

Lincoln aveva ben presente che la ricchezza di una nazione non è fatta solo di risorse naturali, riserve in valuta, crediti verso nazioni estere e stabilimenti industriali ma anche di un valore intangibile: quello della proprietà industriale e intellettuale. Insomma, dai titoli che permettono di godere dei frutti delle idee che gli abitanti della nazione hanno sviluppato.

Se a questo punto vi scappa da pensare che noi italiani siamo stati pazzi per non aver brevettato pizza e spaghetti, probabilmente avete capito bene, anche se la validità del brevetto sarebbe comunque scaduta da molto tempo (dura 20 anni). Agli americani non sarebbe mai passato per la testa di non farlo, perché tutta la cultura americana passa dall'idea fondamentale che esiste un diritto di godere dei frutti delle idee. E per estensione, che la ricchezza delle nazioni si misura anche in base alla qualità e quantità dei brevetti depositati. 

Orientarsi non è facile 

Monitorare i brevetti non è certo un lavoro semplice, come risulta evidente dalle tabelle in queste pagine e se l'Ocse, nel 2010, ha sentito la necessità di pubblicare un manuale tecnico di 158 pagine intitolato "Come orientarsi nelle statistiche sui brevetti". La validità del brevetto dipende da due elementi essenziali.

La descrizione tecnica dell'invenzione e dove il brevetto viene depositato. In Occidente oltre al già citato Uspto americano, c'è anche l'Ufficio Europeo dei Brevetti (European Patent Office o Epo), che ha solo 33 anni di vita ma oggi raccoglie complessivamente più depositi brevettuali dell'analogo ufficio americano, perché "lavora" per 40 paesi europei (compresi anche Svizzera, Norvegia e Turchia che non fanno parte dell'Ue), in particolare dopo il 2001 (e l'11 Settembre) che hanno visto una forte flessione della brevettazione internazionale negli Stati Uniti.

Ma è evidente, malgrado la centralità dell'Epo, che le legislazioni nazionali fanno ancora una bella differenza. Come si potrebbe spiegare altrimenti il fatto che nel Liechtenstein, dove non ci sono industrie (il territorio è microscopico), si registrino ogni anno circa dieci volte più brevetti in relazione alla popolazione che non in Italia o nel Regno Unito, 25 volte più che in Spagna e circa 400 volte più che in Russia? Le tabelle non spiegano tutto. 

Migliora la qualità degli strumenti….

Di sicuro in Italia la brevettazione è storicamente un punto carente. Non che non si brevetti (siamo più o meno agli stessi livelli del Regno Unito) ma ci sono ampie zone "morte" (si brevetta a macchia di leopardo, al sud pochissimo, poche le Pmi). Soprattutto, per molti anni, i nostri tribunali sono stati considerati poco preparati a discutere cause inerenti la proprietà intellettuale e industriale, contribuendo a un forum shopping (scelta della sede delle controversie) negativo per molte multinazionali. È ancora così?

Matteo Orsingher, della Orsingher Avvocati Associati di Milano, studio specializzato nella tutela e valorizzazione della creatività intellettuale d'impresa spiega che in realtà la situazione è molto cambiata: «l'introduzione di sezioni specializzate nei principali tribunali nel 2003  e del Codice della proprietà industriale nel 2005 hanno permesso un passo in avanti all'Italia migliorando la qualità dei giudizi sia sotto un profilo sia legale che tecnico soprattutto in termini di prevedibilità della decisione, che è l'elemento spesso più importante per un'impresa. I grandi motori sono stati i tribunali di Milano, Torino, Venezia, Roma e Napoli».

Insomma, l'Italia non è più la "caienna della proprietà industriale", la terra da cui le multinazionali stavano alla larga per evitare di vedersi copiare marchi e brevetti, ma neanche terra di conquista per facili registrazioni di idee di pubblico dominio: per esempio il tentativo di una multinazionale alimentare di brevettare, pochi anni orsono, il pesto alla genovese ha rischiato di provocare una rivolta popolare in Liguria, ma è stato anche prontamente rintuzzato da un tribunale nazionale. Secondo Marco  Mergati, avvocato e  partner dello Studio Ghidini, Girino & Associati, Milano: «si è ribaltata l'opinione diffusa che l'Italia fosse un paese dove era meglio non discutere di questi argomenti di fronte a un giudice.

Anzi, direi che oggi alcune multinazionali scelgono la giurisdizione italiana proprio perché funzionano molto bene gli strumenti d'urgenza, che ‘fanno la differenza' nelle cause per contraffazione, così come la Ctu (consulenza tecnica d'ufficio) che è stata ammessa anche prima dell'inizio dei procedimenti. In altre parole finalmente un tecnico può spiegare al tribunale perché c'è una contraffazione e in che cosa consiste prima di avviare una causa e non dopo, il che di solito è fondamentale per il buon esito dell'azione».

…ma il numero di brevetti cresce a rilento

Malgrado questo rimane il fatto che molte aziende, in Italia, non brevettano. Al sud poi la pratica è, se non sconosciuta, ben poco praticata. Colpa della cultura di impresa che manca?

Sergio Di Curzio,  responsabile dell'ufficio di Roma della Bugnion, una delle maggiori società nazionali per la valorizzazione e tutela della proprietà industriale e intellettuale, attiva da oltre 40 anni, 12 uffici in Italia con più di 200 persone e sedi anche in Spagna e Germania, dichiara: «Faccio fatica a dire se oggi c'è o meno un aumento della brevettazione in Italia. Sul lungo periodo direi di sì, ma la crescita è graduale: più che il numero dei brevetti cresce la sensibilità, aumenta l'esigenza di protezione dalle contraffazioni. Oggi è più comune riuscire a bloccare in dogana le merci contraffatte, soprattutto nel tessile, abbigliamento, nella pelletteria, nella profumeria ma anche nella meccanica e nell'alimentare.

Che cosa consigliamo a chi pensa di essere colpito da questi fenomeni? Analisi, prove, percorsi per capire qual è la fonte della contraffazione. Se si può è lì che bisogna colpire. E oggi le procedure giudiziarie aiutano più che in passato a farlo, grazie ai provvedimenti cautelari di descrizione, sequestro e inibizione. Anche se non ho le prove (ma fondati sospetti) che sia in atto una contraffazione posso andare dal giudice e chiedere che venga preso un provvedimento urgente senza preavviso della controparte».

Non è una questione di costi, ma di investimenti 

Insomma, forse non si brevetta abbastanza, ma perché?  Probabilmente non per il costo del brevetto, che nelle more della discussione fra brevetto europeo e brevetto comunitario secondo tutti i professionisti interpellati è anche sceso. Il problema principale è probabilmente finanziario: le banche non sovvenzionano facilmente le imprese in base ai brevetti, non sanno valutarli correttamente, guardano più ai metri quadrati di capannoni. Al contrario chi brevetta ha un onere finanziario quasi immediato, paga le spese di consulenza  e le tasse in un solo esercizio, non può finanziarsi con un mutuo o altri strumenti a lungo termine.

Luigi Boggio, uno dei tre amministratori delegati dello Studio Torta di Torino, uno dei più antichi uffici italiani di consulenti in proprietà industriale, con sei sedi in Italia e oltre 50 professionisti, sostiene che: «malgrado il consistente miglioramento nella difesa giudiziaria della proprietà industriale, esiste ancora una difficoltà di accesso delle Pmi agli strumenti di tutela. Ritengo che si tratti soprattutto di un fatto di cultura; come vicepresidente di Piccolindustria dell'Unione Industriale di Torino è uno dei problemi che sento maggiormente. Abbiamo avviato numerose iniziative volte alla formazione di operatori specializzati; anche la Regione Piemonte si è mossa con l'Innovation Voucher, rivolto ai singoli, alle micro e alle piccole imprese e che prevede anche il finanziamento della proprietà intellettuale».

Nel frattempo il brevetto italiano è entrato a pieno titolo nel panel dei brevetti europei. Nel 2005 con l'accordo fra l'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi e l'Epo di Monaco di Baviera la ricerca di validità è stata estesa a livello europeo anche per una domanda di brevetto italiano. Prima il brevetto veniva concesso senza ricerca, e la validità veniva provata solo andando in causa. Oggi  in meno di un anno l'imprenditore italiano può sapere se la validità è effettiva o meno, considerando anche che l'Epo è probabilmente l'ufficio brevetti che funziona meglio al mondo: riconosce mediamente il 50% dei brevetti presentati dai cinesi, mentre l' Uspto ne riconosce l'80%. 

Pene più severe aiutano il paese

Nel frattempo, però, gli attacchi alla proprietà industriale italiana aumentano. Giacomo Gualtieri, avvocato e partner dello Studio Bana di Milano (fondato nel 1923), che opera nel settore del diritto penale d'impresa e, in quest'ambito, si occupa di reati contro la proprietà industriale e intellettuale, segnala che: «i reati sono in espansione: nella concorrenza fra paesi industrializzati e non, la tutela dell'originalità dei prodotti costituisce un elemento di importanza primaria.

A Milano, la Procura della Repubblica, già qualche fa, aveva creato un pool di magistrati, specializzato nella lotta alla contraffazione, ma, fino alla riforma del 2009, l'esiguità delle pene previste rendeva difficile individuare e perseguire gli autori dei reati di contraffazione. L'introduzione di sanzioni più rigorose, anche sotto il profilo patrimoniale, sta cambiando la situazione. Oggi la tutela offerta dal nostro ordinamento si avvicina sempre di più a quella prevista nei paesi più industrializzati. Ciò rende, fortunatamente, la giurisdizione italiana più affidabile anche per le multinazionali». 

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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