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A rischio la nostra competitività

22 gennaio 2011




"Ciò che sta accadendo è inaccettabile, gravissimo, contrario ai principi del mercato unico e irresponsabile". Parola del dimissionario ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi (come riportate sul Corriere della Sera del 9 dicembre scorso).

Argomento, il brevetto comunitario così come disegnato nell'‘avviso comune' sottoscritto da dieci paesi dell'Unione europea, ma osteggiato da Italia e Spagna, che prevede l'entrata in vigore di un brevetto valido nei 27 paesi membri purché la registrazione avvenga in inglese, francese o tedesco e non in altre lingue. Una questione complessa? Sì, dannatamente.

Che nasce dal fatto che in America, presso l'Uspto (quartier generale ad Alexandria, in Virginia) basta un solo atto di deposito per ottenere un brevetto valido in tutto il Nord America. L'attuale brevetto europeo, invece «prevede una procedura centralizzata di deposito, esame e rilascio presso l'Epo − come spiega Michele Baccelli, insieme a Marco Benedetto, responsabile per l'Italia della Hoffmann Eitle, multinazionale tedesca specializzata in consulenza legale e tecnica sulla proprietà intellettuale, con oltre 100 professionisti, ma − dopo il rilascio il titolare è tenuto a convalidare (a sue spese) il titolo negli stati in cui ha interesse ad estendere la protezione e il brevetto europeo diventa, a tutti gli effetti, un fascio di titoli nazionali.

Esiste una procedura centralizzata di opposizione al brevetto, tuttavia da presentare entro un limite di nove mesi dal rilascio». Trascorso questo termine, qualsiasi procedura volta ad ottenere la nullità deve essere iniziata in ciascuno degli Stati in cui il brevetto é stato convalidato. Inoltre le procedure di contraffazione in brevetti sono sempre state una questione nazionale.

Negli ultimi anni hanno avuto luogo diverse trattative per estendere gli effetti del brevetto europeo con un riconoscimento reciproco delle sentenze dei tribunali degli stati membri. Fra le diverse proposte anche quella dell'istituzione di questo brevetto Ue. Anche se, come sottolinea Baccelli, «la situazione europea come la conosciamo oggi non é comunque destinata a scomparire, poiché i titoli nazionali – come le domande di brevetto dei diversi paesi depositate presso gli uffici nazionali – potrebbero comunque restare un'opzione a disposizione dell'utente». 

Modello americano, sì o no?

Insomma, anche se l'Epo ha ormai superato l'Uspto per numero di depositi complessivi, rimane sostanzialmente una federazione di uffici brevetti nazionali mentre quello americano è un ufficio unico. Ma è proprio obbligatorio aderire a un modello simile? Non tutti sono d'accordo. Fabrizio Jacobacci, avvocato, a capo dello studio Jacobacci & Associati, che si occupa di proprietà industriale a Torino dal 1872 ed oggi, con Jacobacci & Partners, rappresenta uno dei maggiori studi di consulenza tecnica italiani (oltre 65 professionisti  in 10 sedi in Europa) sostiene che aderire sarebbe un grave errore.

«Se l'Italia rimanesse agganciata al carro di un brevetto comunitario trilingue vorrebbe dire riconoscere un importante vantaggio competitivo ai nostri principali avversari in campo industriale: Francia e Germania − denuncia Jacobacci −.

Così è meglio rimanere fuori. In alternativa dobbiamo chiedere che anche l'italiano venga considerata una lingua ufficiale per il brevetto comunitario. Non accettare la decisione è possibile, perché il brevetto Ue verrà introdotto con un regolamento e non con una direttiva.

Nel caso in cui si andasse avanti con la cosiddetta cooperazione rafforzata, il regolamento sarà vincolante solo per gli stati che ne fanno parte, creando così un nuovo caso di Europa a due velocità come è stato per l'euro. Aggiungo che, ad ogni buon conto, la procedura rafforzata rischia di naufragare se impugnata davanti alla Corte di Giustizia europea, che difficilmente potrebbe avallarla».

Eppure, di creare questo "brevetto comune europeo" se ne parla da quasi 20 anni, ed esistono anche soluzioni diverse al problema, come le  convenzioni specifiche per estendere la copertura di un brevetto nazionale a livello globale attraverso la Wipo (World Intellectual Property Organisation), l'agenzia dell'Onu per la protezione di brevetti e marchi che copre 186 paesi ed ha sede a Ginevra, in Svizzera.

Tuttavia sono in molti a pensare che l'Unione Europea debba dotarsi di uno strumento simile, tento più che per i marchi (dal 1996) e i modelli e disegni (dal 2003) un deposito unico europeo esiste già attraverso l'Ohim o Uami, l'Agenzia comunitaria per l'armonizzazione del mercato interno con sede ad Alicante, in Spagna.

La questione è anche (e forse soprattutto) politica. Anzi, per la precisione è decisamente una questione di politica industriale.  Italia e Spagna, a Bruxelles, rischiano di veder banalizzate le loro posizioni perché in realtà non hanno mai espresso posizioni forti in tema di protezione e sviluppo della proprietà intellettuale.

Gli svantaggi del trilinguismo

Ma siamo sicuri che il trilinguismo sia un fattore così negativo? Se paesi come l'Olanda, Danimarca e Svezia (dove non si parla nessuna delle tre lingue indicate) si sono espresse in senso positivo, perché noi ci stiamo impuntando? Probabilmente è necessario spiegare meglio di cosa stiamo parlando.

Roberto Dini ingegnere, amministratore della Metroconsult di Torino e inventore di 28 brevetti spiega che :«Il trilinguismo è uno svantaggio mostruoso perché la file history di un brevetto è un documento tecnico che può superare le mille pagine. Dunque se è in tedesco, l'industria tedesca che lo ha depositato sarà terribilmente avvantaggiata rispetto alle industrie dei altri 25 paesi comunitari dove non si parla tedesco che per opporsi (o anche soltanto per valutare se opporsi) contro quel brevetto dovrebbero pagare una traduzione tecnica affidabile dal tedesco alla loro lingua, con tempi e costi tutt'altro che marginali.

Secondo punto: anche i professionisti tedeschi saranno avvantaggiati rispetto a quelli degli altri paesi. Perché se un'azienda deve far tradurre in tedesco mille pagine di relazione tecnica di un brevetto, come minimo si rivolgerà a un professionista madrelingua».

E' possibile ipotizzare, a livello di tempi e costi, una traduzione sistematica di ogni brevetto comunitario in tutte le lingue dei paesi aderenti all'Unione? Probabilmente no, a conferma che l'unione commerciale e politica dell'Ue non ha ancora dato vita a un vero mercato comune ma a una serie di mercati contigui. Dini conclude spiegando che «la soluzione non è quella di spingere verso più lingue.

La lingua unica nel mondo dei brevetti c'è già, ed è l'inglese». E fra l'altro una soluzione che spingesse verso un brevetto Ue in inglese permetterebbe di risparmiare molto sulle spese di chi brevetta sia in Europa che in Nord America…

Ma ci sono anche dei rischi

A patto di pensare che il "brevetto comune europeo" sia veramente una soluzione desiderabile, cosa che non convince tutti i professionisti del settore. Per esempio Giovanni Casucci, titolare dello Studio Legale Casucci, con sedi a Milano, Verona, Venezia, avverte che: «avere un brevetto  unico europeo presenta anche un forte rischio, perché se viene rilevata la nullità del titolo comunitario in un qualsiasi tribunale europeo nazionale competente, il brevetto decade automaticamente in tutt'Europa.

La questione, del resto, sembra ancora abbastanza confusa anche sotto il profilo della giurisdizione proposta: si sta discutendo di una corte unica seguendo il modello della corte d'appello federale americana, con sede a Parigi o a Strasburgo. Ma questo avrebbe un senso per una controversia fra due italiani?

È probabile (e auspicabile) che si arrivi a immaginare un ruolo itinerante presso tribunali locali (uno per ciascun paese), anche se comunque il meccanismo resta difficile da valutare».

Perché se l'effetto strategico rimane quello che si può perdere in un colpo tutto il mercato comunitario, in effetti la riforma sembra presentare dei grossi rischi, soprattutto per quelle aziende che oggi hanno brevetti in vigore solo in 4 o5 paesi europei ma non in altri, scegliendo con cura non solo le nazioni che rappresentano i migliori mercati, ma anche quelli dove è più difficile che un concorrente riesca a far annullare il mio brevetto: oggi, per esempio, è molto più facile ottenere un annullamento dai giudici inglesi (poco sensibili alla protezione della proprietà industriale) mentre è considerato molto difficile farlo davanti ad una corte tedesca. 

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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