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Esco, il paese non ci crede

17 luglio 2011




Nell'ultimo decreto legislativo sull'efficienza energetica del marzo di quest'anno non se ne fa cenno, ma la mancanza va forse letta più come incuria del legislatore che non come irrelevanza del settore.

Quello delle Esco, società per i servizi energetici, si configura difatti come un business ad alto potenziale di sviluppo – e la Ue continua, anche nell'ultimo Energy Efficiency Plan, a sollecitarne lo sviluppo −, ma per permettergli di spiccare il volo occorrerebbe sbloccare alcuni nodi che fungono da freno.

«Attualmente stimiamo in quasi 2 miliardi di euro il mercato delle società di servizi energetici – quantifica Dario Di Santo, direttore Fire, Federazione italiana per l'uso razionale dell'energia –, il che significa che siamo lontanissimi dai 50-100 miliardi di investimenti complessivi in efficientamento energetico che occorrerebbero per centrare gli obiettivi del 2020, il 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20% dell'efficienza, il taglio del 20% delle emissioni di anidride carbonica».

Intanto è ormai in fase di definizione un Albo nazionale che sinora mancava e che «finalmente stabilirà parametri certi e una costruzione definitiva − assicura Fernando Savorana, economista esperto di questioni energetiche –, perché se al momento presso l'Autorità per l'energia e il gas risultano registrate circa 400 società (negli Stati Uniti sono una sessantina, ndr), in realtà quelle davvero operative sono forse un decimo».

Il business model delle Esco

Proviamo allora a inquadrare il tutto. La parola Esco è un acronimo di Energy service company e si riferisce a una forma societaria nata negli Usa a seguito delle crisi petrolifere degli anni Settanta e poi sviluppatasi anche in Europa. Per trovare un accenno alle Esco e a come dovrebbero essere, in Italia bisogna riferirsi al decreto legislativo n.115 del 2008 che, a sua volta, segue la normativa del 2004 sui titoli di efficienza energetica e, più in generale, il quadro normativo sviluppatosi a partire dal 2000 con l'apertura del settore energetico a nuovi soggetti economici.

Nel decreto richiamato, le Esco sono definite come "persona fisica o giuridica che fornisce servizi energetici ovvero altre misure di miglioramento dell'efficienza energetica nelle installazioni o nei locali degli utenti e, ciò facendo, accetta un certo margine di rischio finanziario". Ed è proprio l'assunzione del rischio ciò che contraddistingue le Esco in tutto il mondo, perché il cuore dell'attività consiste proprio in interventi di efficienza energetica che si autoripagano col risparmio conseguito e di fatto lo trasformano in finanza fruibile.

Ciò significa che per il cliente, che forse sarebbe meglio chiamare partner, l'intervento è normalmente a costo zero. «Siamo noi a sobbarcarci per intero l'investimento a cominciare dall'audit, che da solo costa sui 100mila euro – conferma Roberto Caligaris, direttore efficienza energetica di Fenice, realtà nata in ambito Fiat e da ormai dieci anni filiale italiana del gruppo francese Edf – e lavoriamo con contratti di gestione che durano almeno dieci-quindici anni, durante i quali l'investimento viene ripagato grazie al risparmio energetico procurato».

Per lo stabilimento Barilla di Pedrignano, 300mila tonnellate di pasta prodotte all'anno, Fenice ha, ad esempio, realizzato la nuova centrale di cogenerazione, «un impianto da 32 megawatt elettrici e 40 termici – precisa Caligaris – che abbiamo in gestione con un contratto di dodici anni, il che ci consente di ripagare l'investimento di circa 25 milioni di euro».

Tra i clienti eccellenti anche Whirpool, Itt Friction Products Italia e Ferrari, per cui in meno di un anno Fenice ha realizzato una trigenerazione per elettricità, calore e freddo che consente di ridurre le emissioni di CO2 del 37%, investimento da 30 milioni di euro.

Finanziamento, problema numero 1

Di fronte a investimenti così importanti, è chiaro che per una Esco il problema dei problemi è il finanziamento, la capacità cioè di reperire le risorse necessarie per finanziare gli investimenti. Fenice è quasi totalmente finanziata dalla casa madre, che copre sino all'80% di ogni singola operazione, e dunque opera sul mercato italiano (e in Polonia, Spagna e Russia) con capitali stranieri.

Ma per realtà meno grosse e meno capitalizzate, come ad esempio tutte le società nate sulla spinta del meccanismo dei certificati bianchi, il punto è centrale. «Ci scontriamo – conferma Fernardo Savorana – con una scarsità di offerta di strumenti finanziari dedicati specificamente alle Esco, mentre il reddito prodotto attraverso l'efficienza energetica potrebbe benissimo fungere da garanzia».

In altre parole, nella migliore delle ipotesi, attualmente le banche propongono formule e condizioni standard, esattamente come succede coi prestiti ordinari dove vengono richieste garanzie reali come ipoteche o personali come fidejussioni, modalità che, disattentendo peraltro le disposizioni Ue, non riconoscono il valore creato dalla Esco attraverso l'intervento di efficienza energetica, mentre si potrebbe benissimo pensare a linee di credito ad hoc basate sulla validità tecnica ed economica del progetto e delle polizze assicurative che proteggano la banca dal rischio insolvenza della Esco.

«Questa difficoltà – interviene Luca Pedani, consigliere delegato di Energon, una Esco modenese nata nel 2009 e specializzatasi nel terziario e nel residenziale, fatturato annuo sui 6 milioni con un portafoglio di 150 milioni fatto di contratti a lunga scadenza che garantiscono un fatturato ripetibile – ci blocca perché riusciamo a fare un'operazione l'anno e poi non abbiamo altri 6-8-10 milioni di euro per farne una seconda. Stiamo dunque cercando private equity direttamente sul mercato, essendo quella dell'autofinanziamento l'unica strada percorribile».

In partnership con il pubblico e il privato

Del resto, anche in America sono state le merchant bank che, entrando direttamente nel business e rischiando in proprio né più né meno di come avviene nel project financing, hanno risolto questo aspetto della questione. L'esperienza di Energon è interessante anche perché dimostra come in un paese perlopiù statalista come l'Italia sia possibile avviare un'operazione con il privato e poi arrivare al pubblico.

L'impianto di teleriscaldamento a cogenerazione e biomassa realizzato in quel di Cavenago Brianza, inaugurato quasi due anni fa, è difatti nato da un accordo con gli sviluppatori privati di un nuovo complesso residenziale e solo in un secondo momento la convenzione è stata estesa al Comune, arrivando a un'adesione oltre il 75% dell'utenza potenziale.

In pratica il costruttore, che non ha versato un soldo perché la Esco si è fatta carico dell'intero investimento, ha beneficiato doppiamente: perché ha potuto proporre sul mercato abitazioni all'avanguardia dal punto di vista energetico e perché, non sostenendo i costi degli impianti, ha potuto ridurre i costi di realizzazione e dunque anche di vendita.

La Esco, a sua volta, trova la reddittività dell'investimento nella differenza tra il costo a cui vengono prodotti il caldo e il freddo nella centrale e il prezzo a cui gli stessi vengono venduti agli utenti, che pagano secondo il consumo e comunque si avvantaggiano anch'essi di un impianto ad alta efficienza. Il Comune, infine, incassa i dividendi politici di una politica ambientale intelligente. E Pedani assicura che sono pronti a replicare il modello.

Altri tipi di accordi sono possibili, anche un poco al di fuori dello schema classico delle Esco. «Con un investimento di circa 320 milioni di euro – spiega Gianluca Bruno, ad di Yesco, fatturato 2011 che dovrebbe superare i 6 milioni di euro − abbiamo rifatto il tetto di un grande capannone industriale a Mede Lomellina, ricoprendolo di pannelli fotovoltaici per circa 90 kilowatt.

Il vantaggio del proprietario è di trovarsi un tetto nuovo e libero dall'amianto, il nostro è di sfruttare il Conto Energia. In nove anni rientriamo dall'investimento e per i successivi undici anni previsti dal contratto è tutto guadagno».

Un settore particolarmente energivoro è sicuramente la sanità, che difatti è sensibile alle possibilità di collaborazione con le Esco di efficientamento energetico. «Investimenti sempre più richiesti nella sanità, dove la disponibilità di spesa dell'ente è molto limitata» conferma Sergio La Mura, direttore tecnico ricerca e innovazione di Siram, uno dei big del settore che partecipa a circa 350 gare pubbliche l'anno e gestisce 400 ospedali in Italia.

Tra questi il Santa Maria di Udine, dove nell'ambito di un progetto di razionalizzazione della struttura è prevista una nuova centrale tecnologica trigenerativa di energia elettrica, termica e frigorifera e di una rete di teleriscaldamento, «due anni di lavori e 97 milioni di euro di investimenti – inquadra La Mura – che porteranno a ridurre dell'11% i consumi e del 32% le emissioni di CO2, un progetto in project financing realizzato attraverso una gara d'appalto a evidenza pubblica».

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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