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Business

Di burocrazia si può morire

9 marzo 2012




Corollario specifico delle moderne democrazie, la burocrazia ha in sé la tendenza a crescere, a espandere la propria funzione e il controllo esercitato. Ne sanno qualcosa le imprese italiane che ogni anno per adempiere ai soli obblighi fiscali impiegano qualcosa come 285 ore di lavoro, cioè a dire quasi 36 giornate da otto ore ciascuna (dati Doing business 2012). 

Ma sono tanti i fronti che le nostre imprese devono tenere sotto controllo, stando attente a non commettere errori perché si sa, quando è lo Stato a sbagliare verso il cittadino non succede nulla, ma quando è il cittadino o l'impresa a fare un passo falso, le conseguenze sono sempre pesanti. Si va dalla materia del lavoro all'ambiente, dalle norme sulla privacy a quelle sulla sicurezza del lavoro, dagli appalti alla tutela del paesaggio. Un groviglio di obblighi che appesantisce l'attività e distoglie l'attenzione dal vero obiettivo di ogni azienda: produrre ricchezza. Oltre a costare anch'esso parecchio: 23 miliardi, sostiene la Cgia di Mestre sulla base dei dati forniti l'anno scorso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. 

"Se con un colpo di bacchetta magica fossimo in grado di ridurne il costo della metà – sostiene il segretario CGIA, Giuseppe Bortolussi -  libereremmo 11,5 miliardi di euro all'anno che potrebbero dar luogo,  almeno teoricamente, a 300.000 nuovi posti di lavoro. Invece, tra il peso delle tasse e le difficoltà nel districarsi tra i meandri della burocrazia italiana, le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, continuano a perdere tempo e denaro".

Secondo i calcoli della Cgia, a incidere di più sui bilanci delle pmi è il binomio lavoro-previdenza. La tenuta dei libri paga, le comunicazioni circa assunzioni o dimissioni e licenziamenti, le denunce mensili su dati contributivi e retributivi costano al sistema pmi quasi dieci miliardi l'anno.  Segue l'area ambientale - soprattutto autorizzazioni per lo scarico delle acque reflue, la documentazione per l'impatto acustico, la tenuta dei registri dei rifiuti e le autorizzazioni per le emissioni in atmosfera - con 3,4 miliardi di euro. Ancora, gli adempimenti fiscali come le dichiarazioni dei sostituti d'imposta e le comunicazioni periodiche Iva pesano per 2,8 miliardi. E poi c'è la privacy con 2,2, miliardi, la sicurezza sul lavoro e la prevenzione incendi con circa 1, 5 milairdi ciascuna, gli appalti con 1,2 miliardi e via pagando. 

"I tempi e i costi della burocrazia – aggiunge Bortolussi – sono diventati una patologia endemica che caratterizza negativamente il nostro Paese. Non è un caso che molti investitori stranieri non vengano qui da noi proprio per la farraginosità del nostro sistema". Difatti, i numeri parlano chiaro. L'anno passato gli investimenti stranieri in Italia sono crollati del 53%, così come calcolato dal Comitato investitori esteri di Confindustria. Lo stock complessivo è di circa 337 milairdi di dollari contro i 1.100 del Regno Unito, i mille della Francia, i 674 della Germania, i 614 della Spagna. Dal canto suo, l'Ocse ci posiziona al penultimo posto in Europa nella classifica di chi è riuscito ad attrarre più investimenti esteri. Peggio di noi fa solo la Grecia. Meglio di noi fanno tutti: dalla Spagna (3,2% contro il nostro 1,2%) all'Irlanda (13,6%). 

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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