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E lo chiamano divorzio breve

19 marzo 2012




Con due semplici articoli inseriti nella proposta di legge licenziata un mese fa, si prevede che per passare dalla separazione al divorzio debba passare un anno nel caso non ci siano di mezzo figli minorenni, altrimenti il tempo d'attesa è fissato in due anni. Inoltre, quando i due coniugi vengono autorizzati dal giudice a vivere separatamente, il vincolo della comunione si scioglierebbe da sé. 

Rispetto alla situazione attuale che impone di attendere tre anni in caso di figli piccoli, si tratta effettivamente di un passo in avanti, dopo che nel 2003 il tentativo di intervenire in modo simile sulla materia si era arenato. La Commissione pare aver optato per una via di mezzo, una soluzione di compromesso. Sono stati difatti respinti tutti gli emendamenti, che da posizioni opposte chiedevano - quelli della Lega - di mantenere le condizioni attuali e - quelli dei Radicali - di introdurre il divorzio lampo, con effetto immediato.

Ma qual è la ratio per cui fra persone adulte e consenzienti si ritiene necessario stabilire a norma di legge dei tempi - più o meno lunghi - affinché le loro autonome decisioni vengano recepite e rispettate? Le statistiche dicono per altro che su cento coppie che si lasciano, solo l'1-2% si rimette poi insieme, dunque mantenere tempi d'attesa comunque abbondanti (un anno non è certamente poco) nella speranza che marito e moglie possano ripensarci, non risponde nemmeno alla realtà delle cose. I due problemi si sovrappongono: da un lato si disattende il sacrosanto principio del conoscere per deliberare e si legifera senza tener conto della vita vera, dall'altro si mortifica la libertà degli individui di decidere su di sé e sulle proprie cose. In poche parole, non si riconosce libertà contrattuale alle parti, perché - è il sottinteso non sempre esplicitato - si ritiene che qualcuno o qualcosa di superiore - la legge, lo Stato - possa meglio decidere nel loro stesso interesse. Illuminanti al riguardo sono le parole di Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl alla Camera: "I tre anni sono, secondo me, un tempo ragionevole che permette di maturare una decisione responsabile. Che valore assumerebbe il contratto matrimoniale sapendo che può essere rescisso come se niente fosse? La politica non può piegarsi a logiche relativiste".

Secondo i dati Istat, oggi oltre il 25% dei matrimoni è destinato a finire. Non sempre la frattura avviene dopo pochi anni, quando può incidere il fattore delusione tra ciò che si credeva sarebbe stato e ciò che invece è. Molto spesso passano anni e anni, in media quindici per le separazioni e diciotto per i divorzi, e sono in crescita anche le separazioni tra gli ultra sessantenni. Non sarebbe il caso di prenderne atto e di cominciare a pensare che se le persone arrivano a determinate decisioni è perché hanno le loro fondatissime ragioni? Ahhh (sospiro sconsolato), se cominciassimo a trattare gli individui come essere consapevoli e responsabili...

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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