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La crisi? Colpa della mezza età

28 marzo 2012




Il titolo, piuttosto accattivante, della conferenza (e della relazione, presto probabilmente un libro) era Disentangling the Channels of the 2007-2009 Recession, ovvero "Capire dove andrà a sfociare la recessione 2007- 2009".

Autori James Stock (docente di economia ad Harvard e consigliere della Federal Reserve) e Mark Watson (che invece insegna a Princeton), due dei massimi esperti di econometria nordamericani, immediatamente ripresi dal Washington Post attraverso il loro social reader (https://apps.facebook.com/wpsocialreader/?fb_source=bookmark_apps&ref=bookmarks&count=0&fb_bmpos=1_0).

Tesi della ricerca, la grande crisi è dovuta soprattutto a due fattori demografici: il primo è la fine dell'incremento del lavoro femminile negli Stati Uniti, il secondo è l'invecchiamento della popolazione.

Primo fattore: le donne, come blocco sociale, non spingono più per entrare nel mondo del lavoro. Negli anni '30 negli Usa 2 donne su 10 in età adulta lavoravano fuori casa, 4 su 10 negli anni'60, 6 su 10 nel 1994, anno in cui le lavoratrici hanno anche superato il numero complessivo dei lavoratori. Ma a fine 2011 erano ancora 6 donne su 10 a lavorare, mentre gli uomini nel frattempo sono scesi da quasi 9 a circa 7,5 su 10. Conclusione, è venuto a mancare uno dei fattori chiave di spinta verso l'occupazione.

Il secondo fattore è ovviamente l'invecchiamento della popolazione. Invertendo i termini delle fosche previsioni formulate due secoli fa da Thomas Malthus (ovvero che l'umanità non sarebbe riuscita a produrre beni sufficienti a sostenere il benessere per tutti a causa dell'eccessivo aumento demografico), i due autori sostengono che nei prossimi anni difficilmente la debole crescita demografica potrà sostenere un livello di sviluppo economico e di benessere come quello a cui eravamo abituati a causa del devastante impatto del  progressivo invecchiamento dei baby boomers (i nati fra il 1945 e il 1964) che costituiscono in occidente il blocco demografico più consistente. Anche se l'andamento demografico degli Stati Uniti non è così negativo come nella vecchia Europa si prevede che gli over 65 anni raggiungeranno il 20% della popolazione entro il 2030 (livello già raggiunto da Italia e Giappone), probabilmente fra il 2030 e il 2050 gli over 65 raggiungeranno e supereranno gli under 25 (altro dato già verificabile in Italia e Giappone).

Stock e Watson non affermano che un'America che invecchia sia un dato negativo in assoluto, al contrario pensano che una popolazione che vive più a lungo e in salute sia un dato molto positivo. Ma sostengono anche che per questo c'è un prezzo da pagare. Recessioni più frequenti e profonde, riprese più fragili, spesa sociale in aumento e consumi meno vivaci. Con un'analisi retrospettiva spiegano anche che alcuni fenomeni come i boom di Borsa degli anni Ottanta e Novanta sono stati pesantemente inflenzati dai fattori demografici. Infatti hanno corrisposto all'ingresso dei baby boomers nella mezza età, che è il momento della vita in cui di solito si investe di più sul proprio futuro. Questi fenomeni sono però difficilmente ripetibili perché ormai per i baby boomers il futuro è adesso,  e più che a investire pensano a spendere poco a poco i denari accumulati, con possibili effetti depressivi sull'economia in generale che possono essere compensati solo da massicci (e improbabili) trasferimenti di ricchezza dai paesi ad alto tasso di sviluppo a quelli maturi e in via di incanutimento...

Fin qui Stock e Watson. Ma come si declina quello che hanno analizzato da un punto di vista italiano? Qualche considerazione è d'obbligo:

  • Il fatto di essere uno dei paesi Ocse con il minor grado di occupazione femminile (e certamente il peggiore in questo senso nell'Europa occidentale) è certamente negativo, ma può diventare anche un'opportunità, perché consente di recuperare una "spinta al lavoro" che negli Usa sta venendo meno;
  • L'Italia continua ad essere uno dei paesi con il più rapido invecchiamento al mondo. L'età media della popolazione cresce di circa 3 mesi all'anno, i neonati di oggi hanno una prospettiva di vita che già supera i 100 anni;
  • Scontiamo politiche previdenziali per lunghi anni troppo generose nel mandare in pensione persone ancora troppo giovani. Se gli over 65 da noi sono già più del 20% della popolazione (e al 2030 rischiano di essere più del 25%) è necessario spostare in avanti l'idea di vecchiaia;
  • Tuttavia va sottolineato come un sistema come quello italiano (ed europeo) basato soprattutto su pensioni pubbliche è probabilmente più flessibile e gestibile di uno come quello americano basato quasi esclusivamente su fondi pensione. Infatti da noi basta una riforma del sistema pubblico (come quella Monti-Fornero) per riequilibrare il welfare: ci possono essere tensioni sociali ma sostanzialmente non scompare la contribuzione, che è un obbligo di legge. In Nord America, dove la contribuzione è un fatto contrattuale e non un obbligo, se i fondi pensione diventano meno generosi, rischiano i riscatti di massa, con un impatto devastante sull'economia. Dunque per rimanere "attraenti" devono continuare a versare pingui assegni agli assistiti anche in periodi di crisi e di recessione. Come? Se non utilizzando direttamente strumenti di finanza creativa, spingendo le società quotate e le banche, nelle cui azioni e obbligazioni investono, a farlo. Se vi ricorda qualcosa, è esattamente quello che è successo fino al 2007, prima che esplodesse la bolla, e che non riesce a fare a meno di succedere anche oggi;
  • La demografia non si piega a molte interpretazioni, e non c'è dubbio che è uno dei fattori di cambiamento economico più forti che dovremo affrontare nei prossimi anni. Il 31 dicembre 1985 gli over 65 al mondo erano circa 350 milioni, pari al 5,8% della popolazione mondiale. Al 31 dicembre 2010 (primo anno in cui i baby boomers sono arrivati ai 65 anni) erano circa 1 miliardo, circa il 14,3% della popolazione mondiale. Nei prossimi 18 anni (man mano che i baby boomers diventano vecchi) questo dato è destinato decisamente ad aumentare;
  • Anche la Cina, fino a qualche settimana fa motore economico del mondo a cui tutti guardavano sperando in una ripresa, ha problemi demografici enormi legati alla "politica del figlio unico" varata negli anni Sessanta. Il tasso di invecchiamento della popolazione è simile al nostro;
  • Le profezie di sventura di Malthus non si sono avverate grazie a una variabile che non era stata presa in considerazione, la tecnologia. Quelle di Stock e Watson potrebbero non avverarsi per lo stesso motivo. Ma al momento è un wishful thinking...

Facile profezia: di questo problema sentiremo parlare ancora molto.

Giovanni Medioli
Giovanni Medioli, giornalista esperto di finanza e credito, blogger, coordinatore della “Guida del Sole 24 Ore a Basilea 2” e coautore della “Guida Pratica del Sole 24 Ore al credito alle Pmi”.
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