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Lungo la linea della vita

18 aprile 2012




La notizia non è circolata tantissimo, non   tanto quanto avrebbe meritato. Vale dunque   la pena   di  riprendere la sentenza n. 5525/2012 della Cassazione, pubblicata il 5 aprile scorso, con cui la Terza sezione civile ha riconosciuto  il diritto del cittadino a non essere impiccato alla notizia eterna, eternamente immobile. Anzi, dice la Corte, quando la notizia si trovi nell'archivio storico    di una testata resa disponibile in modalità online e rintracciabile attraverso i motori di ricerca, allora occorre predisporre "un  sistema idoneo a segnalare (nel corpo o nel margine) la sussistenza di un seguito o di uno sviluppo". In altre parole, è responsabilità del titolare dell'organo d'informazione fare in modo che la notizia venga aggiornata. Il che crea non pochi problemi pratici ai giornali, alle prese con i nuovi scenari aperti dalle tecnologie e dai social network, su cui le notizie vengono continuamente rilanciate. Comunque sia, la responsabilità al riguardo spetta al sito-sorgente, non al motore di ricerca e nemmeno a chi riprende e pubblica la notizia originaria. Ma qui non ci interessa tanto ragionare degli aspetti tecnici, piuttosto del principio stabilito. 

Principio che potrebbe sembrare astratto, ma che assume subito una sua pregnanza concreta se poniamo attenzione alla vicenda personale che ha portato alla sentenza. Erano gli anni di Tangentopoli, quando un giorno sì e l'altro pure non si poteva accendere la tv senza sentire di qualche nuovo arresto. Si trattava spesso di operazioni spettacolari, con la carcerazione preventiva usata come strumento per spingere l'accusato a parlare e le manette generosamente mostrate alle telecamere. Tanto che nacque l'espressione "tintinnar di manette". Bene, in quegli anni incappò nella rete della Giustizia anche un politico locale dell'hinterland milanese, già assessore e presidente di una municipalizzata: arrestato per corruzione e ricettazione, venne poi prosciolto, come per altro successe a tanti in quegli anni, con la differenza che mentre alla notizia dell'arresto veniva sempre garantita ampia visibilità, non altrettanto succedeva per la notizia del proscioglimento o dell'assoluzione. 

Non è difficile, allora, comprendere che al protagonista della vicenda desse fastidio, forse addirittura provocasse offesa, il fatto che l'articolo relativo al suo arresto facesse bella mostra di sé – ancora oggi è possibile leggerla – nell'archivio online del Corriere della Sera. Di qui la decisione di chiedere prima al garante della privacy, poi al Tribunale di Milano di bloccare i dati personali contenuti nel pezzo. Con l'amarezza di vedersi, entrambe le volte, rigettare l'istanza. Sino alla Cassazione che, invece, gli dà ragione. Senza tirare in ballo categorie quali la diffamazione (all'epoca non fu diffamazione, l'arresto era veramente avvenuto), ma riconoscendo la legittimità della richiesta di chi vuole vedersi "raccontato" in maniera completa, su un asse temporale in divenire. Per i giornali – lo dicevamo prima - non è una cosetta banale da risolvere. Ma per intanto ci permettiamo di partecipare alla soddisfazione di quel signore, ex assessore ex presidente di municipalizzata ex inquisito ex arrestato e poi scagionato. 

Link alla sentenza:

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme%20e%20Tributi/2012/04/corte-cassazione-sentenza-5525-2012.pdf?uuid=11fb990c-7fc2-11e1-a8f6-20908e87732a?uuid=Ab5asrJF 

Giovanna Guercilena
Si occupa di giornalismo economico cercando di allargare lo sguardo al mondo. Scrive in mercati, formazione, tendenze e interviste.
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